IL MENESTRELLO DEL CALCIO: Dobbiamo creare Campioni!

Pubblicato il 19 aprile 2026 alle ore 18:46

Io, devo riconoscerlo, sono un tipo abbastanza strano.

Nell’aspetto, nello spirito, nei convincimenti.

Non sono, per dirla in maniera elegante, una persona convenzionale. A cinquant’anni ho scoperto che la ricchezza e il guadagno ti tolgono più di quello che ti danno, che il tempo è qualcosa che una volta che l’hai perso, non lo recuperi più, che case, barche, automobili e conti in banca non riuscirai a portarli con te al momento del game over, che il tempo per amare non è infinito, che il passato è ormai passato, il futuro è un’incognita e che quello che conta è il presente.

E che, soprattutto, la vita è meravigliosa, ma va vissuta.

Leggo molto, libri, giornali, post sul web, perfino le etichette dello shampoo quando sono al bagno e non ho niente altro sotto gli occhi. E da questo imparo tanto, anche dall’etichetta dello shampoo.

Oggi leggo una serie di post sul risultato di una partita di futsal giocata a pochi chilometri da casa mia, tra due squadre di ragazzini che, a detta di alcuni genitori presenti, è stata condizionata da un errore arbitrale. Leggo di insulti, di sputi, di male parole nei confronti del direttore di gara. Leggo di complotti, di premeditazione, di risultato stabilito a priori dal “palazzo”. Leggo di tutto, ma purtroppo imparo poco, anzi, niente.

Ho nostalgia dell’etichetta dello shampoo.

La terra è notoriamente piatta, ma ce lo hanno nascosto per secoli. L’uomo non è mai stato sulla luna. Gli extraterrestri sono in mezzo a noi, lo sappiamo tutti. Piove governo ladro. Dio non esiste, ma per sicurezza, lo bestemmio comunque. Il semaforo è rosso ma io passo, tanto lo fanno tutti. le tasse è giusto che vengano pagate ... dagli altri.

Perdo, è colpa dell’arbitro.

Se non ci fosse del tragico, sorriderei. Un genitore dovrebbe essere un esempio per i propri figli. Dovrebbe spiegare (e possibilmente testimoniare) che ciascuno è protagonista della propria vita e gode del privilegio di poterla cambiare in meglio, di poter lasciare ai propri figli e nipoti una società e un pianeta migliori di quello che ha ricevuto in eredità dai propri padri e i propri nonni.

E per fare questo bisogna soffrire. Siamo in un paese libero perché tanta gente ha dato la vita per cambiare le cose. Abbiamo potuto studiare perché qualcuno si è sacrificato per noi e magari ha rinunciato a una pizza per poterci mandare a scuola o all’università.

Il calcio, come tutti gli sport, dovrebbe essere una occasione unica e privilegiata per insegnare che tutto si ottiene con il sacrificio.

Che l’allenamento è la strada per migliorare, ma costa fatica, che il rispetto delle regole è l’unica garanzia che stiamo giocando allo stesso gioco, che la fantasia non ti penalizza, ma esalta lo spettacolo e ti fa divertire.

Che il calcio è semplicemente un gioco.

Dove si corre, si suda, si fa gol o se ne prende uno. Dove puoi vincere o perdere per la qualità dell’avversario, per la fortuna o la sfortuna, per un pallone che sbatte contro un legno, o per un errore. Tuo, del tuo avversario, dell’arbitro. Dov’è lo scandalo? Colombo scopre l’America (e cambia la storia dell’umanità) per un errore, tanti scienziati scoprono un vaccino, un farmaco salvavita per errore, cercando magari qualcosa di diametralmente opposto.

Se insegniamo ai nostri figli che la colpa è sempre di qualcun altro, implicitamente diciamo loro che non possono essere protagonisti della propria storia. Che qualunque cosa facciano, vince chi passa bustarelle, chi decide le partite a tavolino, chi ruba o fa rubare. E allora a che vale allenarsi con impegno, studiare, essere onesti o pagare le tasse, rispettare le regole, non gettarsi a terra come se fossimo stati colpiti da una fucilata in pieno petto, per rubare un calcio di rigore?

Io credo che con il calcio, così come con qualsiasi altra attività umana, il successo e la felicità vengano dall’impegno, dall’onestà, da saper comprendere l’altro anche quando sbaglia e ci danneggia, dall’aver il coraggio di esprimere le proprie idee, ma anche quello di rispettare e saper lottare per far esprimere le proprie a chi non la pensa come me. E credo che il calcio ci possa aiutare a far crescere la consapevolezza che così come un gol possa cambiare le sorti di una partita o, addirittura, un campionato, il comportamento di ciascuno di noi può cambiare la storia dell’intera umanità (o, alla peggio, la propria).

In questo hanno creduto e per questo sono vissuti Gesù di Nazareth, Mosè, Martin Luther King, Ghandi, Madre Teresa, il Dalai Lama, Margherita Hack o Antonino Zichichi.

Ma anche Pelè e Maradona, Sivio Piola e Giuseppe Meazza, Gianni Rivera e Sandro Mazzola, Francesco Totti o Sandro Nela.

Campione non è chi cerca un alibi per la propria sconfitta o affibbia la responsabilità di un insuccesso all’errore di qualcun altro. Campione è chi sa cambiare la storia di una partita, di una vita, di un paese o del mondo intero. Con il proprio impegno, con il proprio sudore, con la propria fatica, con l’accettazione dell’errore proprio o di quello di un altro (arbitro compreso).

Educhiamo, allora, i nostri figli ad essere Campioni. Educhiamo i nostri figli ad essere felici costruendo la propria felicità.

E il calcio solo così potrà essere uno strumento per costruire una vita e un mondo migliore!

L'ho scritto in premessa, sono un tipo strano ...

 

Marco Giustinelli, menestrello del calcio

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