LA VERSIONE DI SNOOPY: Il calcio diventa "Mundial"!

Pubblicato il 9 giugno 2026 alle ore 09:57

All’inzio del ‘900 il calcio aveva raggiunto un’incredibile popolarità su entrambe le sponde dell’Atlantico. Su ispirazione di alcuni giornalisti, era nata a Parigi, nel maggio del 1904 la “Fédération Internationale de Football Association”, nota ai più con l’acronimo di FIFA.

Un organismo sovranazionale con lo scopo di regolare l’attività calcistica internazionale. Primo obiettivo: organizzare un campionato mondiale per rappresentativa nazionali. Il paese ospitante avrebbe dovuto occuparsi dell’organizzazione delle gare e della costruzione di impianti adeguati. La sola federazione in grado di sostenere economicamente il progetto era la Svizzera che venne incaricata di raccogliere le iscrizioni e di procedere all’organizzazione del torneo per l’anno successivo. Le possibilità economiche delle ancora troppo giovani federazioni, erano però troppo limitate e non esisteva un budget FIFA. Il risultato fu che, allo scadere dei termini, una sola squadra risultò iscritta.

Il calcio non era ancora pronto per una vita autonoma e delegò l’attività internazionale al torneo olimpico.

Nel 1896 Pierre De Coubertain era riuscito nel suo sogno di dare vita alle Olimpiadi dell’era moderna. Nella prima edizione ateniese il calcio fu escluso, nei giochi successivi del 1900 e 1904 ci furono soltanto esibizioni dimostrative. Il primo torneo di calcio olimpico “vero” fu disputato nell’edizione del 1908, organizzata dagli inglesi, che dominarono sia a Londra che quattro anni dopo a Stoccolma. Nell’edizione post-bellica del 1920 si imposero i belgi padroni di casa. Poi, nei giochi di Parigi del 1924, il mondo si stropicciò gli occhi davanti allo spettacolo colorato di celeste proveniente dall’Uruguay.

Il calcio cresceva e le olimpiadi cominciavano a stargli strette.

E nel 1921 era salito alla presidenza della FIFA l’uomo che cambiò per sempre il concetto di calcio: il francese Jules Rimet.

Pierre De Coubertain e Jules Rimet furono i due giganti che elevarono lo sport da pura attività fisica a elemento fondamentale per la crescita pisco-fisica dell’individuo; da semplice svago a valore morale in grado di promuovere l’amicizia, la tolleranza, l’inclusione e addirittura la fratellanza tra i popoli e la pace nel mondo. Grazie a loro lo sport diventò un mezzo di riscatto sociale e di speranza per qualsiasi cittadino del mondo. La lealtà, la competizione sana, il rispetto e l’onore per l’avversario diventarono patrimonio comune.

I due francesi, in piena sintonia su uno sport di tutti e aperto a tutti si confrontarono e si scontrarono, anche aspramente, su temi che li avrebbero sempre divisi a causa della loro storia personale e della loro cultura.

Pierre De Coubertain, il Barone, cresciuto nell’agio della nobiltà francese, legava lo sport ai valori classici della Grecia antica. Il principio fondamentale del suo pensiero era l’assoluta esclusione di qualsiasi elemento economico dalla pratica sportiva. Il denaro, secondo il nobile francese, avrebbe corrotto lo spirito educativo dello sport. La competizione sportiva sarebbe dovuta rimanere “pura”, senza alcun tipo di interesse economico. Gli atleti avrebbero dovuto gareggiare per il gusto della competizione che sarebbe dovuto rimanere sempre più importante del desiderio di vittoria. La prospettiva di un guadagno, sosteneva il Barone, avrebbe inasprito i rapporti e avvelenato la competizione inquinando inevitabilmente il vero spirito sportivo.

Jules Rimet, era cresciuto in una modesta famiglia della piccola borghesia mercantile. Da sempre vicino alle classi più umili, sviluppò un pensiero profondamente cristiano di stampo sociale e progressista lavorando per una Chiesa cattolica più vicina agli ultimi e concretamente attiva nel sociale. Il suo impegno sportivo che lo porterà al vertice del calcio mondiale sarà sempre permeato da questo spirito da cui nasceranno i contrasti con De Coubertain.

Rimet vedeva nello sport, e nel calcio in particolare, un linguaggio universale autenticamente popolare in grado di abbattere le barriere sociali e favorire la collaborazione tra i ceti. Il rigoroso dilettantismo del Barone De Coubertain escludeva di fatto le classi più umili da una pratica sportiva ad alti livelli, soltanto chi non doveva lavorare per vivere avrebbe potuto dedicarsi pienamente allo sport. Questo era inaccettabile per Rimet che riteneva l’indipendenza economica garantita dal professionismo, l’unica garanzia di una reale pari opportunità sul campo.

Lo sport non doveva avere barriere, secondo Rimet, di nessun tipo, neanche le donne sarebbero dovute rimanere escluse, al contrario, De Coubertain riteneva la presenza femminile nelle gare come “impropria e antiestetica”.

Il Barone aveva un ideale di atleta multidisciplinare, secondo il modello greco, per sviluppare armonicamente corpo e mente. Il pragmatico Rimet vedeva invece nella specializzazione il modo migliore per valorizzare un atleta.

Su questi contrasti si sviluppò uno scontro ideologico tra il CIO e la FIFA, sempre più solida e combattiva, che raggiunse livelli molto aspri. Dopo le Olimpiadi del 1928, il CIO annunciò che il calcio, nonostante fosse stato nelle edizioni precedenti il torneo di gran lunga più seguito, non avrebbe fatto parte del programma dei Giochi successivi a Los Angeles.

Rimet incassò il colpo ma non vacillò, il calcio era cresciuto, erano nate federazioni nei vari continenti e mostrava una vitalità che non poteva più essere imbrigliata nei rigidi schemi decoubertiniani. Ora il calcio poteva camminare sulle sue gambe e Jules Rimet era pronto a realizzare l’evento che avrebbe unito i popoli abbattendo realmente ogni barriera. La FIFA avrebbe organizzato il primo Campionato Mondiale per squadre nazionali, aperto anche ad atleti professionisti.

E anche di questo, Snoopy avrà la sua versione...

#luca_giustinelli@yahoo.it

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