LA VERSIONE DI SNOOPY: La battaglia del Rio della Plata

Pubblicato il 3 luglio 2026 alle ore 09:36

Le due semifinali della prima Coppa del Mondo di calcio si erano concluse curiosamente con lo stesso risultato. Argentina-USA 6-1, Uruguay-Jugoslavia 6-1.

Il mondo intero applaude, e già pregusta la finalissima, che replica quella dei Giochi Olimpici di Amsterdam di due anni prima definita “La più bella partita di calcio di tutti i tempi” in cui l’Uruguay aveva bissato il successo di Parigi.

Ancora una volta Montevideo e Buenos Aires si sarebbero sfidati per la supremazia locale, sudamericana e mondiale in quella che la stampa messicana definì “La battaglia del Rìo della Plata”.

Una sfida tra Uruguay e Argentina non potrà mai essere una partita come le altre, le due squadre incarnano due stili opposti, due visioni del gioco, ma anche della vita, opposte. Poi c’è una guerra d’indipendenza, e la battaglia di Salto. Uruguagi e Argentini non vanno d’accordo su nulla neanche sul Tango che entrambi considerano proprio. Il grande Carlos Gardel, straordinario interprete di quella magia musicale, adorato da entrambi i contendenti, una volta aveva cercato di portare pace invitando i giocatori delle due nazionali in una sala dove avrebbe cantato per loro. Non finì bene. I giocatori si azzuffarono e “Mumo” Orsi, trovandosi davanti quella montagna di muscoli di nome Josè Leandro Andrade, gli distrusse sulla spalla la prima cosa che riuscì ad afferrare, un violino, che si rivelò essere uno “Stradivari”.

Fino al mondiale del 1930, le due nazionali si erano affrontate per 111 volte nell’arco di una trentina di anni. L’Argentina contava più successi ma quando la partita conta, si diceva, vince sempre l’Uruguay.

I giorni precedenti il match sono intensissimi per le due tifoserie, agli argentini sono riservati ventimila biglietti e viene organizzata la più massiccia trasferta vista a quell’epoca. Dieci battelli stipati all’inverosimile partono al grido di “hasta la victoria siempre!”. L’area dello stadio è presidiata da poliziotti a cavallo e militari armati di baionetta, vengono sequestrate armi proprie e improprie di ogni tipo. La capienza del “Centenario” viene ridotta per premettere un distanziamento efficace tra le due tifoserie.

In questo clima le squadre si avvicinano alla partita. Ci sono assenze importanti, nell’Uruguay il portiere è Enrique Ballestrero, chiamato poco prima dell’esordio con il Perù per sostituire il mitico Andrès Mazali, il più grande portiere della storia dell’Uruguay insieme a Maspoli e Mazurkiewicz. Il padre dei portieri che escono dalla porta. Mazali non c’è mai stato in questo mondiale. Alla vigilia della prima partita il portiere è scappato dal ritiro senza preavviso. Al ritorno ha motivato la fuga con un’improbabile intervista. Vistosi non creduto ha fornito una seconda versione, sarebbe tornato a casa per baciare la moglie e il figlio prima dell’inizio delle gare. La versione che ancora oggi gira, supportata anche da Andrade nella sua biografia, parla di una bionda che aspettava fuori dal ritiro, una sorta di “groupie” dell’epoca, che lo stesso Josè Leandro aveva “ispezionato” in passato. In ogni caso Suppicci è categorico, “Sei fuori!”.

Altra assenza clamorosa è quella di Pedro Petrone, attaccante centrale fortissimo che rivoluzionò il ruolo dopo l’introduzione della nuova regola del fuorigioco. Con lo schema a piramide, un 2-3-5 portato nel Nuovo Mondo da Juan Harley, il centrattacco giocava un po’ più arretrato fungendo da costruttore più che da finalizzatore. Interpretando al meglio la nuova regola, Petrone diventò il vero perno dell’azione offensiva, quello che doveva concludere le iniziative dei compagni. Velocissimo e dotato di un destro terribile, era bravissimo smarcarsi e farsi trovare libero. Purtroppo l’attaccante mostra subito una condizione disastrosa, e dopo la prima deludente partita contro il Perù, il tecnico Suppicci lo sostituirà con Pellegrino Anselmo che entusiasmerà i tifosi con prestazioni eccellenti coronate dalla doppietta in semifinale. Ma la tensione di quei giorni è insostenibile, e Anselmo, arrivato allo stadio con i compagni, entra nello spogliatoio e guardando Nasazzi mormora “Capitano, non ce la faccio… ho paura.”. Sembra che Luisito Monti gli avesse giurato di farlo fuori fisicamente e letteralmente. Il Caudillo non lo degna di un sguardo e si ripete la scena della crisi di Scarone contro il Perù: “Hector!”. Hector Castro è pronto, il giocatore privo della mano destra, che aveva segnato il primo gol dell’Uruguay in un mondiale, era stato escluso nelle partite successive. Ora il destino gli offre una nuova opportunità.

Il tecnico Argentino Francisco Olazar non ha problemi di formazione, opera un paio di sostituzioni tattiche e punta sulla sua ossatura, è disponibile anche il capitano Manuel Ferreyra, “El Piloto”, il faro della squadra che aveva dovuto abbandonare il mondiale per correre a Buenos Aires a sostenere un esame di diritto. La stampa argentina chiede a gran voce di non far giocare Luisito Monti che sarebbe stato sicuramente espulso, ma il tecnico non ha dubbi, non può esserci Albiceleste senza Luisito.

Rimet deve designare l’arbitro della finale.

Tutti gli arbitri rimasti a Montevideo non sembrano all’altezza o non se la sentono. Tutti auspicherebbero John Langenus, ma il Belga si è rifugiato a Buenos Aires a godersi un po’ di riposo dicendo che era sfinito visto che tutte le partite scomode erano state affidate a lui, e da lì si sarebbe imbarcato per l’Europa. Rimet ci prova, lo trova e lo convince. Ma il belga pone precise condizioni, ovviamente ha ricevuto pesanti minacce di morte come chiunque abbia a che fare con la partita, quindi pretende un’assicurazione sulla vita e un mezzo che lo porti, immediatamente dopo il fischio finale, al porto per imbarcarsi.

Garantite le condizioni, Langenus si presenta all’ultimo minuto allo stadio per evitare contatti o pressioni. E viene arrestato. Appena qualificatosi come arbitro dell’incontro, viene afferrato e sbattuto al muro come altre decine di impostori che avevano dichiarato la stessa cosa. Dopo aver chiarito l’equivoco, il più bravo arbitro del mondo si reca nel suo spogliatoio pronto ad arbitrare il più importante match mai giocato.

L’attesa è finita. Si va in campo.

Allo stadio “Centenario” non c’era ancora il tunnel che collega gli spogliatoi al campo di gioco e le squadre, in fila dietro al possente arbitro belga, devono attraversare ali di folla ribollente per raggiungere il terreno di gioco. Argentini e uruguaiani non sono d’accordo su niente, nemmeno sul pallone di gara. I padroni di casa vorrebbero giocare con una palla misura 5, più grande e pesante; gli argentini propongono un 4, più piccolo e leggero. Non esiste una normativa specifica ma Langelus non è tipo da rimanere in difficoltà per cose simili. Chi, per sorteggio, batterà il calcio di inizio, sceglierà anche il pallone per il primo tempo, nella ripresa, la squadra che batterà deciderà il pallone per il secondo tempo. Si inizia con il pallone argentino.

E’ il solito derby della Plata: argentini con più talento e tecnica, uruguagi meglio organizzati. L’Argentina fa la partita, Monti e Ferreyra si impadroniscono del centrocampo, “El Piloto” è il padrone tecnico della gara. Gli uruguagi non riescono a tenere la palla in mezzo, nel grande imbuto regno di Josè Nasazzi e soffrono terribilmente le ripartenze veloci degli avversari, bravissimi ad andare sugli esterni.

Ma inaspettato, arriva il vantaggio uruguagio. Castro riceve palla e si accentra attirando su di sé Monti e Della Torre e aprendo un corridoio per Scarone che riceve la palla e la restituisce al compagno che lancia Dorado sulla destra il quale spara un bolide sul secondo palo. Una celebre foto immortala l’estremo tentativo di Botasso di intercettare il tiro. Uruguay 1 Argentina 0.

L’Argentina non ci sta e attacca furiosamente alla ricerca del pari, che arriva dopo sette minuti, grande azione Stabile-Monti-Ferreyra, palla al centro su cui piomba Peucelle, che anticipa tutti trovando un incerto e mal piazzato Ballestrero. 1-1 palla al centro.

L’Uruguay accusa il colpo, l’Argentina è padrona del campo. Al 37° lancio per Monti che al volo fa una sponda che scavalca tutta la difesa avversaria, Stabile e Ferreyra sembrano in fuorigioco, Nasazzi alza il braccio “alla Baresi” per segnalare la posizione irregolare, l’arbitro, probabilmente impallato, guarda il collaboratore, il connazionale Christophe. Bandierina giù. Stabile è solo, “El Fitrador” non può sbagliare, e non sbaglia. Argentina 2. Uruguay 1. Fine primo tempo.

La pausa assume i contorni del dramma. Un cronista di un quotidiano di Montevideo scrive: “En todo el stadium soplava un viento de angustia”.

Negli spogliatoi Andrade viene colto da una crisi nervosa, si getta a terra urlando: “Non abbiamo il diritto di perdere! Loro sono Argentini e noi Uruguaiani!”. Nasazzi chiude a pugno le sue mani enormi e sferra due fendenti sul muro dello spogliatoio. Le impronte resteranno lì per anni.

Dall’altra parte, c’è un cauto ottimismo. “Possiamo farcela, loro sono stanchi…” ma anche mille timori: “Se vinciamo non usciamo vivi”. Luisito Monti è strano, silenzioso, qualcuno dice che si è tirato indietro. Ha giocato un buon primo tempo ma senza quella voglia di spaccare tutto che lo ha sempre contraddistinto. L’unica cosa certa è che in tribuna ci sono emissari della Juventus e del regime venuti a vederlo giocare, e che pochi mesi dopo lo porteranno in Italia, dove giocherà per la Juve e per la nazionale italiana vincendo tutto.

Si ritorna in campo con il pallone degli uruguaiani, che partono subito all’assalto sfiorando immediatamente il pareggio. Pari che arriva al 57°, Castro serve Scarone che, pressato spalle alla porta, rovescia un delizioso pallonetto per Pedro Cea. Tocco al volo di piatto, Botasso spiazzato dall’imprevedibilità dell’azione. Argentina 2, Ururguay 2.

Nove minuti dopo, il sorpasso. Mascheroni ruba palla e allarga per Iriarte anticipando l’intervento di Monti. Iriarte, da venticinque metri, esplode un esterno sinistro che si infila all’incrocio dei pali. 3-2 per la Celeste.

Ora, è veramente una guerra.

L’Argentina ruggisce in avanti e costruisce almeno tre palle-gol. In una sembra fatta, Varallo scarica un tiro che supera Ballestrero, ma quando la palla sta per entrare, si materializza un giocatore che salva sulla linea di porta in acrobazia, un gesto che solo un grande atleta è in grado di compiere, solo Jose Leandro Andrade, la “Maravilla Negra”.

Manca ancora qualcosa, quando già l’arbitro Langenus si prepara a fuggire dallo stadio, Dorado crossa in mezzo, saltano Castro e Della Torre, l’uruguaiano ha lavorato fino a sfinirsi per trovare l’equilibrio giusto dopo aver perso la mano, e la scelta di tempo è perfetta, l’impatto anche. Si Hector! Può esistere un giocatore monco. Un giocatore che regala al suo paese la prima Coppa del Mondo. 4-2, l’Uruguay è campione.

Langenus fischia la fine e, senza neanche cambiarsi ma sempre elegantissimo con pantaloni alla zuava, scarpe coordinate, camicia bianca e giacca a quattro tasche, sale direttamente su un sidecar e vola al porto. Purtroppo la nave non è in grado di partire, siamo in pieno inverno e la nebbia rende impossibile la navigazione. Lascerà Montevideo la mattina seguente in gran segreto.

Jules Rimet può sorridere, ha visto il suo sogno realizzarsi, ragazzi di continenti diversi, senza alcuna restrizione, si sono affrontati sul terreno di gioco per contendersi il titolo di campione del mondo. Titolo andato alla fine alla squadra migliore del torneo. La vittoria della coppa è stata il naturale corollario del dominio del calcio mondiale per tutti gli anni’20 di una squadra composta da atleti che, ciascuno nel proprio ruolo rappresentavano l’ideale. Primi, insieme agli inglesi, a capire e ad adattarsi alle nuove regole.

Gli argentini non la presero bene, da Buenos Aires partirono articoli improntati allo sdegno per il clima intimidatorio e per presunti torti arbitrali, la federcalcio argentina interruppe i rapporti diplomatici con quella uruguaiana, ma il mondo aveva assistito a un trionfo meritato, come lo stesso CT Olazar ammise sportivamente.

La coppa è rimasta nel paese organizzatore, come succederà spesso nelle edizioni successive, ma questa volta senza nessun sospetto realistico di favoritismi arbitrali. Cosa assolutamente non da poco.

#luca_giustinelli@yahoo.it

 

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