Prigioni, ospedali e cimiteri sono “luoghi di comunità” che si frequentano indipendentemente dalla propria volontà e nei quali si soggiorna, in alcuni casi in modo definitivo (nell’ultimo degli esempi) oppure per tempi che dipendono dalla decisione di altri esseri umani, chiamati a curare o riabilitare — almeno si spera — i soggetti loro malgrado coinvolti.
Il comune denominatore è che nessuno di noi decide deliberatamente e con piacere di frequentarli, ma talvolta ci si trova comunque ospitato.
Non avendo commesso, nella mia vita, reati che prevedessero la frequentazione delle patrie galere e, visto che almeno continuo a scrivere, neanche il confronto finale con il Sommo Bene, ovviamente rimane l’ospedale.
Ho scoperto, negli ultimi anni, che, a differenza di tanti luoghi comuni, solo il cognac e altri gustosi superalcolici migliorano con il tempo che passa. Per gli esseri umani, purtroppo, non è così. Superata la mezza età, anche per i più robusti, si comincia a prendere dimestichezza con termini come trigliceridi, colesterolo, glicemia, apnee notturne, insieme alle immancabili raccomandazioni a corredo che uniscono sanitari (è il loro mestiere) e tutti gli amici, parenti, conoscenti e colleghi di lavoro che, dall’alto della loro esperienza (“anche mio cuggino…”), si premurano di suggerire rimedi miracolosi e l’invito perentorio a dimagrire a ogni costo, unica panacea di questo secolo contro qualsiasi acciacco o disfunzione.
Magari, se il ciccione di turno fosse venuto al mondo in un’altra parte del pianeta, la pinguedine sarebbe stata scambiata per bellezza. La rappresentazione orientale dell’armonia e della saggezza è evidenziata nella figura del Buddha che, notoriamente, non rispetta i canoni del perfetto corpo maschile occidentale.
Terminata la mia arringa difensiva su chi, come me, si appresta a combattere la propria battaglia quotidiana contro i rigatoni con la pajata, torniamo a riflettere sui “luoghi di comunità” citati all’inizio. Luoghi che, a parte quello deputato al riposo eterno, sono quelli nei quali si entra con mille timori e paure.
Non potendomi considerare un esperto di patrie galere (e augurandomi di non diventarlo mai, anche se in Italia una persona assolutamente innocente è comunque “soggetto a rischio”), vi coinvolgerò in questa esperienza di check-up che sto vivendo in uno dei nosocomi più noti dei Castelli Romani.
Innanzitutto, chi ha pensato questa struttura l’ha immaginata in un luogo bello, fresco e con una vista spettacolare verso il Tirreno, che regala splendidi tramonti sul mare. Questa, consentitemelo, è la prima terapia che incide sulla serenità di chi, come me, è amante della bellezza “che salverà il mondo” (F. Dostoevskij) e che ha già tanti pensieri nella testa sulla qualità della propria futura sopravvivenza.
I luoghi di accoglienza sono puliti, arieggiati, non grandi: ospitano tre comode postazioni, ciascuna con relative prese di corrente che un homo technologicus della mia risma ha subito occupato con caricabatterie per tutti gli aggeggi a corredo, come smartphone, computer, rasoio elettrico, CPAP (il ventilatore che aiuta a eliminare russamenti e apnee nel corso della notte).
Ma torniamo alle emozioni, che alla fine sono quelle che contano.
Il personale è cortese, professionale, con quel minimo di confidenza che non è dovuto, ma che sicuramente aiuta a vivere meglio questa esperienza. Perché, diciamocela tutta, chi arriva in questi luoghi, insieme a mutande e rasoio da barba, porta un bagaglio di paure, angosce e timori che, fondamentalmente, riflettono la paura che ciascuno di noi ha della morte, compagna della nostra esistenza dal momento in cui lo spermatozoo e l’ovulo dei nostri genitori hanno fatto conoscenza.
Anche chi appartiene alla schiera dei credenti ha difficoltà a sposare l’immensa poesia di Francesco di Bernardone quando, otto secoli fa, cantava:
“Laudato sii, o mio Signore, per nostra sora Morte corporale,
dalla quale nessun uomo vivente può scampare.”
E allora ci si sdraia sul letto, si salutano i compagni di stanza e, dopo aver preso possesso degli spazi personali (armadietto in stile militare), ci si mette in attesa del torturatore di turno che inizierà a bucarti e a prelevare quanto è necessario per capire quanto sei malridotto.
A questo punto anche la mia quotidiana ricerca della felicità vacilla e tanti pensieri cominciano a girare per la testa, togliendoti serenità e ottimismo.
Poi lo schermo del telefono si illumina e arriva il primo messaggio, poi il secondo, poi il terzo… C’è un mondo fuori che ti vuole bene ed è preoccupato per te. Figli, mamma, colleghe di lavoro, amici dello sport, amici della vita. Dal campione che ha giocato in Serie A alla signora delle pulizie, dal presidente della mia squadra al vicino di casa: neanche fossi il Presidente della Repubblica.
E torna l’ottimismo quando ti accorgi che tante persone ti vogliono bene. Spesso lo si dà per scontato, ma non è così. Essere amati è un dono che dà un senso profondo all’esistenza. E ricevere anche un semplice “come va?” su WhatsApp ti fa tornare il sorriso, ti conferma che la vita è bella. Non perché sei bello e atletico, non perché sei intelligente, non perché sei sano, ma perché sei bersaglio di tanto affetto.
Sei fortunato perché anche un evento non esattamente piacevole, come la degenza in ospedale, ti fa scoprire la bellezza che troppe volte diamo per scontata o, peggio ancora, consideriamo dovuta.
Essere amati non è un diritto per nessuno: è un dono che dovrebbe essere per tutti, anche se così non è. E chi lo possiede dovrebbe farne tesoro e sorridere anche di fronte a problemi e dolori.
Laudato sii, o mio Signore.
#marco.giustinelli@gmail.com
(immagine generata da IA)
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