Dopo la prima fase del campionato del mondo in corso, tutti ritengono che la Nazionale francese sia la squadra da battere. I transalpini hanno mostrato il gioco più bello, i giocatori con maggior talento, uno stato di forma ottimale e una rosa straordinaria. Inoltre, è una squadra collaudata e abituata a vincere. In poche parole, la Francia è evidentemente la squadra più forte, la migliore di tutte.
Ma basta essere la migliore per portarsi a casa la coppa?
A volte sì. Se pensiamo al Brasile di Pelè nella sua triplice versione o a quello di Ronaldo nel 2002, se ricordiamo la Spagna della tripletta Europeo-Mondiale-Europeo, sicuramente parliamo di squadre che danno spettacolo e vincono. Ma non sempre è andata così. Diverse volte le condizioni ambientali, gli episodi, le inspiegabili alchimie, e perché no, un briciolo di presunzione di troppo, hanno portato squadre ritenute imbattibili a tornare a casa a mani vuote.
L’Olanda di Johan CruiJff nel ‘74 o la Francia di Zinedine Zidane nel 2006 erano a parere di tutti le migliori ma furono battuti da avversari forti quasi quanto loro. Il Brasile del ‘50 e l’Italia del ‘90 mancarono il trionfo in casa, che avrebbero meritato, per sfortuna e limiti caratteriali. Ma in alcune edizioni della Coppa del Mondo, ci sono state squadre che superavano tutte le altre di gran lunga, e che ancora oggi rimpiangono un successo che nessuno pensava potesse sfuggire loro. E, curiosamente, quasi sempre, i protagonisti, nel bene e nel male furono il Brasile e l’Italia.
Nel mondiale francese del 1938 il Brasile presentava finalmente una squadra fortissima che sulla carta non aveva rivali. Il limite di quel gruppo, guidato da Leonidas Da Silva, il miglior giocatore del pianeta, appare già dalle prime partite, i brasiliani snobbano gli avversari, coscienti della propria superiorità tecnica, approcciano ai match con una presunzione irritante. Nell’esordio con la Polonia, dopo un primo tempo dominato finito 3-1, i sudamericani rientrano in campo giochicchiando e irridendo gli avversari che però rimontano e trascinano l’incontro ai tempi supplementari. Nell’overtime si risveglia Leonidas che sigla subito una doppietta e chiude il match.
Nei quarti i Brasiliani incontrano i vicecampioni della Cecoslovacchia con lo stesso atteggiamento. I Danubiani non ci stanno e la partita si trasforma in uno scontro gladiatorio passato alla storia come “La battaglia di Bordeaux”. Esce fuori un pareggio con tre espulsioni e una marea di infortuni tra cui la frattura al braccio del portiere ceko Planicka e la frattura scomposta della gamba per il capocannoniere dell’edizione precedente, Oldrich Nejedly,. Il tutto tra risse spaventose con coinvolgimento di tutti i componenti delle panchine. La partita viene ripetuta con i superstiti. Il Brasile va sotto nel primo tempo ma rimonta e vince nella ripresa con un gol molto contestato e dopo essersi ritrovato in superiorità numerica per l’infortunio di Kostalek.
I Brasiliani aspettano in semifinale, al Velodrome di Marsiglia, i campioni in carica, ma non perdono la spocchia, e annunciano di aver già comprato i biglietti aerei per Parigi e che lasceranno riposare Leonidas e Roberto, i loro migliori giocatori, per averli in forma nella finalissima. Anni dopo, Leonidas confessò di aver chiesto un compenso extra per giocare nonostante gli strascichi della “battaglia”, ma lo staff glielo negò perché la sua presenza non veniva considerata fondamentale per battere l’Italia. Il resto è storia, i gol di Colaussi e Meazza rendono inutile la rete di Romeu nel finale. L’Italia va a Parigi e si riprende la coppa, nonostante i Brasiliani non accettino la richiesta di Vittorio Pozzo di cedergli i biglietti aerei.
Italia e Brasile si incontreranno cinque volte in un mondiale e in quattro di queste la vincitrice si porterà a casa la coppa. Una di queste volte capita in Spagna nel 1982.
il Brasile è una spanna sopra a tutti, schiera campioni che raramente si sono visti insieme in una sola squadra. Zico, Socrates, Falcao, Cerezo, Eder. Leovigildo Junior addirittura viene schierato come terzino. Vince e dà spettacolo. Gli avversari vengono sommersi uno dopo l’altro da un calcio entusiasmante, addirittura poetico. L’ultimo ostacolo prima delle semifinali e la solita Italia, che ha passato il primo turno per miracolo e che viene insultata anche dalla stampa amica. Il Brasile è convinto e presuntuoso, definisce l’incontro con l’Italia “L’ultimo allenamento prima della semifinale” e non coglie alcuni segnali: il gruppo azzurro, grazie alle critiche, è diventato granitico e nell’ultima partita l’Italia ha battuto i campioni in carica dell’Argentina di Diego Armando Maradona. In ogni caso al Brasile basterebbe anche il pareggio…
La cronaca e nota: gol di Rossi e pareggio di Socrates che fa sembrare il vantaggio italiano un incidente di percorso. Poi il gioco irridente dei brasiliani porta di nuovo l’Italia in vantaggio, ma il Brasile continua a macinare gioco e pareggia meritatamente. A questo punto la semifinale sembra blindata ma i brasiliani non si accontentano, vogliono vincere e giocano per umiliare l’avversario, che però approfitta della prima distrazione e segna per la terza volta. Il Brasile si getta in avanti, ma la grinta azzurra e un pizzico di buona sorte rende tutto vano. Brasile a casa e vittoria finale agli azzurri.
Ma la più grande ingiustizia sportiva avviene negli anni ‘30 a spese della nazionale austriaca che, al contrario dei brasiliani, che comunque vinceranno più mondiali di tutti, non avrà più una squadra forte e vincente come quella di quegli anni. Il tecnico Hugo Meisl aveva studiato a fondo il calcio britannico, prendendone tuttigli aspetti migliori, apprezzava lo spirito e la tecnica inglesi ma era attratto dalla gestione della palla mostrata dagli scozzesi. Il suo progetto era di unire le caratteristiche del calcio danubiano con quelle britannniche e quando viene chiamato alla guida della nazionale austriaca, chiama al suo fianco Jimmy Hogan, giovane tecnico scozzese che si ispirava ai princìpi del Passig game caratteristico del suo paese che sviluppava un gioco corale incentrato sul possesso palla.
Con la modifica della regola del fuorigioco, che passa da tre a due giocatori che tengono in gioco gli avversari, i due tecnici modificano di conseguenza anche il tradizionale schema a piramide con la linea d’attacco formata da cinque uomini; i due esterni vengono arretrati sulla linea dei centrocampisti e il centromediano sulla linea dei terzini con compiti di controllo sul centravanti avversario. Meisl e Hogan avevano inventato lo stopper. La nazionale austrica diventa così il laboratorio di un nuovo concetto di calcio che inizia a stupire il mondo. Per essere però veramente imbattibile serve un grande interprete, un fuoriclasse che fornisca genio e imprevedibilità. E il genio arriva con il nome di Matthias Sindelar. In un primo momento questo attaccante mingherlino non suscita grande interesse nel tecnico, che preferisce giocatori più strutturati, e fatica a inserirlo nei suoi schemi. Ma Matthias fa cose strabilianti nel suo Austria Vienna e Meisl deve inevitabilmente prenderlo in considerazione. La fiducia dei tecnici viene ampiamente ripagata, Sindelar interpreta in modo totalmente rivoluzionario il ruolo di centravanti, ricoprendo il ruolo di terminale offensivo insieme a quello di uomo-assist grazie a una tecnica straordinaria. Nasce così il “Wonderteam”, la squadra delle meraviglie che incanterà il mondo fino alla sua prematura dissoluzione. Nella prima edizione mondiale la federazione austriaca, in polemica con la FIFA per la designazione del paese ospitante, si rifiuta di inviare la squadra a Montevideo e perde una grande occasione. La Nazionale austriaca dimostra comunque la sua forza in tutte le occasioni e vince la Coppa Internazionale, antenata del Campionato Europeo, rifila un perentorio 6-0 alla scozia, e compie il suo capolavoro il 7 dicembre 1932 a Londra. La nazionale austriaca viene invitata dalla federazione inglese allo “Stanford Bridge” di Londra, privilegio concesso fino a quel momento soltanto a Belgio e Spagna sconfitte rispettivamente per 6-1 e 7-1. La squadra di Meisl non attraversa un grande momento ma l’occasione è troppo importante. L’austria parte timida e il primo tempo finisce 2-0 per gli inglesi. Il secondo è un monologo dei danubiani che finalmente riescono a esprimersi. Accorciano con Zischek e assediano il portiere inglese che tira fuori almeno due parate incredibili. Ma inaspettatamente gli inglesi segnano ancora su punizione. 3-1 Inghilterra. A questo punto sale in cattedra il “Mozart del calcio” come lo chiamava il suo allenatore, Matthias Sindelar inizia il suo show e dopo alcune iniziative applaudite anche dal pubblico inglese, prende palla, salta tutta la difesa inglese e riapre la partita, lo Stanford Bridge è tutto in piedi e lo stesso arbitro belga Langenus dirà: “Il gol di Sindelar fu un capolavoro che nessun altro potrebbe fare agli inglesi”. Gli Inglesi segneranno ancora e non basterà all’Austria il secondo gol personale di Zischek. 4-3 immeritato per gli inglesi che porta la squadra di Hugo Meisl nell’Olimpo del calcio. Si avvicina il secondo Campionato del Mondo, l’Austria continua a dare spettacolo battendo, fra gli altri, gli azzurri a domicilio per 4-2. Il mondiale italiano inizia quindi con una certezza. Gli austriaci sono i più forti di tutti e vinceranno la coppa.
Ma dopo aver sconfitto la Francia e l‘Ungheria in uno spettacolare derby danubiano, il Wunderteam si ritrova di fronte, in semifinale, l’Italia spigolosa di Vittorio Pozzo. La partita si mette subito su binari scomodi per gli austriaci, il campo è notevolmente allentato e il gioco fatto di scambi della squadra di Meisl non riesce a esprimersi. Si lotta nel fango e l’Italia costruita da Pozzo si trova a suo perfetto agio. Il tecnico azzurro ha lasciato a casa i giocatori di maggior talento per dare spazio a lottatori che carica con discorsi patriottici. Quando l’Italia va in vantaggio con un contestato gol di Guaita, la rimonta Austriaca appare quantomeno difficile. La grinta azzurra prevale sulla tecnica danubiana, il gioco si fa sempre più duro agevolato da un arbitraggio tollerante. Alla fine, le attenzioni di Luisito Monti per Sindelar porteranno il Mozart del calcio in ospedale per diverso tempo, ospedale in cui Matthias incontrerà la donna della sua vita con cui vivrà per il resto dei suoi giorni. L’Italia prevarrà con il minimo scarto per poi vincere la coppa. L’Austria tornerà a casa perdendo l’ultima possibilità di salire sul tetto del mondo. Il tecnico Hugo Meisl morì nel 1937 e si risparmiò il dolore di vedere l’annessione dell’Austria alla Germania nazista che comportò la cancellazione della nazionale austriaca e l’espulsione dei giocatori ebrei. Matthias Sindelar si rifiutò di indossare la maglia tedesca e fu trovato morto nel gennaio 1938 insieme alla sua fidanzata ebrea italiana nel loro letto in circostanze mai chiarite, i decessi furono attribuiti a una fuga di gas.
In questo caso essere i migliori di tutti per un decennio non bastò per diventare campioni del mondo. Ma bastò per entrare nella legenda...
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