L’Eredità del Capitano: Quando il Silenzio Insegna Più delle Parole
In ricordo di Franco Baresi, di Marco Giustinelli
(Per i miei giovani calciatori e le loro famiglie)
Se il Maestro Gianni Brera — col suo inimitabile inchiostro d’osteria e di lavagna — ha tratteggiato la saga del Piscinin con l’occhio del cronista d'altri tempi, io mi permetto di prendere la parola con l'umiltà di chi, il pallone, lo vive ogni giorno sul campo, a contatto con le speranze dei ragazzi e i timori dei loro genitori.
Quando guardo i nostri giovani allacciarsi gli scarpini prima della partita, il mio pensiero corre spesso a quel ragazzo di Travagliato. Un ragazzo che non aveva la falcata del predestinato né la stazza del gigante, ma che ha saputo trasformare ogni suo apparente limite nel più grande monumento alla cultura del lavoro che il calcio italiano abbia mai conosciuto.
In un'epoca in cui si cambia maglia al primo soffio di vento o alla prima offerta allettante, la storia di Franco Baresi è un faro nella nebbia. Vent’anni di Milan. Dalle stelle della Coppa dei Campioni alla polvere della Serie B, senza mai sfilarsi quella fascia, senza mai cercare scorciatoie.
AI genitori che mi chiedono come far crescere un giovane atleta, io mostro sempre l'esempio di Baresi:
La fedeltà a un progetto, a una maglia, a un gruppo di amici non è un freno alla carriera, ma il valore aggiunto che ti rende un punto di riferimento per sempre. Chi sa stringere i denti nei momenti difficili costruisce un carattere che gli servirà ben oltre i novanta minuti di gioco.
Ai miei giocatori dico sempre: guardate i filmati di Franco. Baresi non sradicava i palloni con la cattiveria o con il fallo; arrivava prima perché leggeva il gioco. Era la vittoria dell'intelligenza tattica sulla forza bruta.
E poi c’era quel gesto: il braccio sinistro alzato a chiamare il fuorigioco. Non era solo una chiamata tattica, era un segnale di sicurezza per tutta la squadra. Quando il Capitano alzava la mano, dieci compagni sapevano esattamente cosa fare. E sapete qual è la cosa straordinaria? Baresi non urlava. In uno spogliatoio pieno di campioni da copertina, a lui bastava uno sguardo per far scendere il silenzio e riportare tutti alla concentrazione.
Agli adolescenti che si demoralizzano al primo infortunio o alla prima panchina, racconto sempre la domenica di Pasadena nel 1994.
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Ventun giorni prima si operava al menisco.
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Ventun giorni dopo giocava 120 minuti contro il Brasile di Romario e Bebeto.
Una partita sovrumana, fatta di morsi ai denti, anticipi millimetrici e un cuore grande così. Finì con le lacrime per un rigore sbagliato, è vero. Ma quelle lacrime non cancellarono la grandezza della prestazione: dimostrarono solo quanto amore avesse per la sua maglia. Il vero campione non è quello che non cade mai, ma quello che si rialza quando gli altri penserebbero solo a rinunciare.
Cari giovani calciatori, care famiglie che vi accomodate sulle tribune con il thermos e la passione: Franco Baresi ci insegna che il talento senza l'umiltà è solo un fuocherello d'artificio, destinato a spegnersi in fretta.
Siate come il Capitano:
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Silenziosi nel lavoro, ma assordanti nella determinazione.
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Rispettosi dei compagni, degli avversari e dei direttori di gara.
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Orgogliosi della maglia che indossate, qualunque sia la categoria.
Portate in campo il suo spirito. Il resto verrà da sé.
Con affetto e passione sportiva,
Marco Giustinelli
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