IL MENESTRELLO DEL PALLONE: Pozzo, l'Eroe che il calcio ha messo in castigo.

Pubblicato il 10 agosto 2026 alle ore 22:45

Due Mondiali, un'Olimpiade, una rivoluzione tattica. E una colpa che forse non aveva: essere stato grande nell'Italia sbagliata.

Ci sono uomini che il tempo ingrandisce.

E ce ne sono altri che il tempo, per una curiosa vigliaccheria della memoria, si incarica di rimpicciolire.

Vittorio Pozzo appartiene alla seconda specie.

Più passa il tempo, però, e più appare gigantesco.

Io amo questa figura che assume i toni dell’eroe, soprattutto se paragonato al calcio dei denari, dei lustrini, dei nani e delle ballerine, che oggi impera negli stadi e sulle pay tv.

Un uomo straordinario, la cui vita e il cui modo di intendere lo sport dovrebbe essere portati ad esempio di virtù civica, di amore incondizionato per i suoi ragazzi, di adesione a quei principi di onestà e indipendenza (in un periodo storico in cui questi valori non erano facili da testimoniare) che fanno del calcio (o dovrebbero fare) la strada maestra per essere cittadini migliori.

Eppure, il calcio italiano, quello ufficiale, quello delle targhe, delle celebrazioni, dei salotti federali e delle memorie selettive, per anni lo ha tenuto in un angolo.

Quasi fosse un mobile ingombrante.

Quasi fosse necessario chiedergli scusa per aver vinto troppo.

Due Coppe del Mondo.

Non una.

Due.

Una Olimpiade.

Due Coppe Internazionali.

Una Nazionale costruita, educata, disciplinata e condotta alla vittoria.

E nessun altro commissario tecnico italiano ha ancora fatto meglio.

Eppure, Pozzo, nella patria dei celebratori dell'ultima vittoria, è rimasto per troppo tempo un uomo scomodo.

Non per ciò che fece, ma per quello che rappresentava.

Pozzo era piemontese.

E già questo, per chi conosce certi piemontesi, spiega qualcosa.

Poche parole molti fatti.

Una certa diffidenza per il teatro.

Un amore quasi religioso per il lavoro ben fatto.

E quella ostinazione sabauda per la quale una cosa o si fa bene oppure non vale la pena farla.

Pozzo aveva combattuto nella Prima guerra mondiale. Era stato ufficiale degli Alpini.

Aveva conosciuto la montagna, il freddo, la fatica, la paura.

Forse è anche per questo che non si impressionava davanti alle difficoltà.

Quando arrivò al calcio della Nazionale, non portò soltanto un pallone, portò un metodo.

E qui sta la prima grandezza dell'uomo.

Pozzo non allenava soltanto i piedi. Allenava il carattere.

PRIMA DI INVENTARE IL CALCIO, LO ANDÒ A STUDIARE

Oggi pare normale, allora era quasi rivoluzionario.

Pozzo andò in Inghilterra.

Guardò, ascoltò, Studiò.

Capì che gli inglesi non avevano inventato soltanto il football: avevano inventato una maniera di organizzarlo.

E Pozzo, che era uomo di curiosità insaziabile, riportò in Italia ciò che aveva visto.

Non copiò, adattò.

Questa è la differenza tra un imitatore e un innovatore.

Il suo celebre Metodo non nacque da una lavagna, nacque dalla conoscenza degli uomini e degli spazi.

Il 2-3-2-3 non fu soltanto un modulo.

Fu una filosofia.

Il centromediano diventava cervello.

I reparti dovevano dialogare.

La squadra doveva muoversi come una creatura unica.

Pozzo aveva capito una cosa che molti allenatori avrebbero scoperto soltanto decenni dopo:

il calcio non è la somma di undici piedi. È la moltiplicazione di undici intelligenze.

C'è un'immagine di Pozzo che mi piace più delle fotografie con la Coppa Rimet.

Pozzo in mezzo ai suoi giocatori.

Non sopra, in mezzo.

Perché per lui la squadra era una comunità, i calciatori erano ragazzi da educare, non figurine da convocare.

Nel ritiro controllava perfino la corrispondenza.

Oggi farebbe sorridere.

Allora era il suo modo di proteggere la squadra dal rumore del mondo.

Pozzo voleva uomini concentrati.

Voleva disciplina, voleva ordine.

Voleva, soprattutto, che la maglia azzurra venisse prima dell'ego.

Non aveva ancora inventato il termine "team building", ma il concetto lo conosceva benissimo e lo praticava senza usare PowerPoint.

Poi arrivò la questione degli oriundi, la prima polemica ufficiale del nostro calcio.

E Pozzo, come spesso gli accadeva, non si nascose dietro le formule.

Disse: «Se possono morire per l'Italia, possono giocare per l'Italia».

Una frase terribile e bellissima nella sua semplicità.

Oggi possiamo discuterne il significato storico, politico, perfino linguistico.

Ma dentro c'è tutta la sua idea della Nazionale.

La maglia azzurra non era un documento, era una responsabilità, era appartenenza.

Era sacrificio.

Pozzo non amava i giocatori soltanto quando segnavano.

Li voleva uomini prima ancora che calciatori.

Questa è una delle storie che raccontano meglio Pozzo:

Quando tornò alla guida della Nazionale, accettò l'incarico senza pretendere uno stipendio.

Non voleva essere pagato, voleva essere libero.

Una stranezza?

No.

Una dichiarazione di principio.

Pozzo non voleva che qualcuno potesse dirgli: «Ti pago, dunque decido».

Lui pretendeva autonomia.

E l'autonomia, nel calcio, è merce assai più rara dei milioni.

Pensateci.

Un uomo che rifiuta il compenso per poter lavorare secondo coscienza.

Provate a raccontarlo oggi, in certi corridoi del calcio professionistico.

Vi prenderebbero, per usare un eufemismo, per visionari.

E qui arriviamo al punto.

Il punto che per decenni ha pesato come un macigno sulla memoria di Pozzo.

Il fascismo.

Non c'è bisogno di essere ingenui, è chiaro che il regime utilizzò il calcio.

Lo spettacolo sportivo era propaganda.

La Nazionale era una vetrina internazionale.

Mussolini comprese benissimo la forza simbolica delle vittorie azzurre.

Ma da questo a trasformare Vittorio Pozzo in un gerarca in tuta federale ce ne corre.

E parecchio.

Pozzo lavorò dentro quella struttura, non lo nego mai.

Ma lavorare dentro un sistema non significa automaticamente condividere ogni idea di quel sistema.

La storia seria non funziona con il timbro "buono" o "cattivo".

Funziona con i documenti.

E i documenti raccontano una storia molto più complessa.

Una storia nella quale compare anche Vittorio Pozzo impegnato nella Resistenza piemontese.

Una storia nella quale l'uomo che aveva portato l'Italia sul tetto del mondo negli anni Trenta si ritrova, nell'aprile del 1945, dentro la Torino che sta liberandosi, a fianco delle fprmazioni partigiane.

E allora la domanda viene spontanea:” Davvero possiamo liquidare Pozzo con l'etichetta di "uomo del fascismo"?

Io non ci sto.

E non perché voglia assolverlo da qualcosa.

Ma perché non voglio condannarlo per qualcosa che la storia, letta con attenzione, non consente di semplificare.

Pozzo fu un uomo del suo tempo.

Patriottico, Militare nel portamento, Autoritario nel metodo, Severo nei rapporti.

Ma patriottismo non significa fascismo.

Disciplina non significa fascismo.

E soprattutto una vittoria ottenuta durante un regime non trasforma automaticamente l'allenatore in ideologo del regime stesso.

Altrimenti non stiamo facendo storia, stiamo compilando liste di proscrizione a posteriori.

Una pagina segnerà in modo indelebile la sua esistenza.

Superga, 4 maggio 1949.

Il Grande Torino precipita nella nebbia.

La squadra che aveva conquistato il calcio italiano viene inghiottita dalla montagna.

E Pozzo viene chiamato a fare ciò che nessun uomo dovrebbe mai essere chiamato a fare:

riconoscere i morti.

Lui che aveva allenato campioni.

Lui che aveva visto Mazzola, Loik, Gabetto, Bacigalupo e gli altri correre sui prati.

Lui che aveva conosciuto la gloria di questi straordinari giocatori, adesso doveva riconoscerne i corpi.

È difficile trovare una fotografia più crudele della storia del calcio italiano.

Il vecchio maestro davanti alla sua generazione scomparsa.

E forse in quel momento Pozzo smise definitivamente di essere soltanto l'allenatore dei Mondiali.

Diventò il custode di una memoria.

Un episodio (il calcio è fatto di episodi) segnò il tramonto dell’esperienza azzurra di Vittorio Pozzo. Nel 1948 l'Inghilterra travolse l'Italia.

Quattro a zero.

Pozzo era ormai un uomo fuori dal tempo.

Il calcio cambiava e lui apparteneva a un'altra stagione.

Ma dietro la sconfitta c'era qualcosa di più, c'era il desiderio di cancellare un'epoca.

E Pozzo era quell'epoca.

La Federazione voltò pagina.

L'uomo dei due Mondiali vinti diventò improvvisamente vecchio.

Non vecchio d'età, vecchio di storia.

E il calcio, quando decide di essere ingrato, sa esserlo con una ferocia spaventosa.

E QUANDO MORÌ, NESSUNO SI ALZÒ

Vittorio Pozzo morì il 21 dicembre 1968. Aveva 82 anni.

Aveva dato all'Italia la parte più luminosa della sua storia calcistica.

E la domenica successiva? Niente.

Nessun minuto di raccoglimento negli stadi.

Nessun gesto capace di dire:

«Quest'uomo è stato uno di noi».

La Lega Calcio, secondo quanto documentato nelle biografie storiche, non dispose il minuto di raccoglimento.

Sessanta secondi.

Soltanto sessanta.

Non furono trovati.

O forse non furono ritenuti necessari.

Io questa cosa non riesco a dimenticarla.

Perché un minuto di silenzio non costa nulla.

Non richiede bilanci, non richiede riunioni, non richiede sponsor.

Richiede memoria.

E la memoria, evidentemente, in quel momento costava troppo.

Lo dico senza diplomazia, come è mio costume e come avete imparato a conoscermi.

Io sto con Vittorio Pozzo.

Sto dalla parte dell'uomo. Sto dalla parte dell'allenatore. Sto dalla parte dell'innovatore.

Sto dalla parte di chi studiava prima di parlare.

Di chi viaggiava per imparare.

Di chi prendeva appunti.

Di chi catalogava fotografie e documenti.

Di chi osservava gli uomini prima di giudicare i calciatori.

Sto dalla parte di chi non aveva bisogno di urlare per comandare.

E sto dalla parte di chi, dopo avere vinto tutto, ebbe comunque la dignità di vivere il proprio declino senza trasformarsi in macchietta.

Non mi interessa costruire un santino, Pozzo non ne ha bisogno.

Gli uomini grandi non sono quelli senza ombre, sono quelli la cui grandezza sopravvive alle ombre.

E Pozzo è sopravvissuto.

Forse è arrivato il momento, non di riscrivere la storia, ma di leggerla con la necessaria onestà intellettuale, quella che a Vittorio non è mai mancata.

In tutta la sua complessità.

Vittorio Pozzo non fu un uomo perfetto.

Fu un uomo enorme.

Fu un uomo che seppe anticipare il calcio.

Che seppe costruire una squadra quando gli altri cercavano undici campioni.

Che seppe trasformare la disciplina in identità.

Che seppe vincere.

E che, soprattutto, seppe lasciare una traccia.

Una traccia che il calcio italiano ha impiegato troppo tempo a riconoscere.

Oggi la FIGC lo ha inserito nella propria Hall of Fame, tra i riconoscimenti alla memoria.

È giusto, ma non basta una targa, non basta una fotografia.

Pozzo dovrebbe stare nei libri.

Nelle scuole calcio.

Nei corsi per allenatori.

Nella memoria dei ragazzi.

Perché un giovane tecnico dovrebbe sapere che molto prima dei sofisticati match analyst, dei droni, dei GPS e dei software tattici, c'era un uomo che prendeva carta e penna e cercava di capire il gioco. E lo capiva.

L'ULTIMO APPLAUSO

Io, Marco Giustinelli, voglio allora concedergli ciò che il calcio ufficiale gli negò quando morì.

Non un minuto di silenzio, ma un minuto di applauso.

Per l'uomo.

Per l'allenatore.

Per l'innovatore.

Per il giornalista.

Per il soldato.

Per il piemontese ostinato che andò a studiare il football là dove era nato e tornò in Italia per reinventarlo.

Per l'uomo che vinse due Mondiali e che, paradossalmente, dovette combattere più contro la memoria che contro gli avversari.

E soprattutto per una ragione personale, che non ha bisogno di statistiche.

Io Vittorio Pozzo lo rispetto.

Lo ammiro.

Lo apprezzo.

E credo che il calcio italiano gli debba molto.

Non soltanto per le coppe.

Non soltanto per le vittorie.

Ma per l'idea che ci ha lasciato.

Quella secondo cui una squadra non è un mucchio di uomini che corrono dietro a un pallone.

È una comunità.

Ha bisogno di disciplina, intelligenza, coraggio, cultura e carattere.

Pozzo lo aveva capito quando il pallone era ancora cuoio pesante e le partite si giocavano con un calcio che oggi ci sembrerebbe appartenere alla preistoria.

Noi abbiamo inventato mille modi per modernizzare il football.

Ma una cosa non siamo ancora riusciti a inventarla: un modo per diventare più grandi di Vittorio Pozzo.

Due Mondiali. Dopo di lui nessuno ci è riuscito.

E forse questo spiega perché, per tanto tempo, abbiamo preferito non parlarne.

I grandi, quando tornano a farci ombra, diventano scomodi.

Pozzo lo è ancora.

E io, francamente, sono felice che lo sia.

 

(Ringrazio l’AI che mi ha permesso di giocare con le immagini, facendomi sognare un abbraccio che ci sarà solo un domani, nel paradiso del football, quando Dio vorrà)

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