La versione di Snoopy: THE BOYS OF '66

Pubblicato il 6 agosto 2026 alle ore 09:24

L’edizione del 1966 del Campionato del mondo di calcio si disputò in Inghilterra e fu un Mondiale molto discusso, anche troppo a mio parere. I Sudamericani si sono lamentati per anni degli arbitraggi e i tedeschi ancora sostengono di aver perso la finale per un gol mai realizzato. In realtà fu un torneo ad altissimo livello tecnico, dopo l’edizione precedente, in Cile dove si era visto un calcio violento come non mai, la tecnica individuale e il gioco di squadra tornarono protagonisti. Sul palcoscenico del Mondiale si presentarono, oltre al Brasile due volte campione, squadre straordinarie come il Portogallo e la Germania Ovest, guidate da condottieri come Eusebio e Beckembauer, l’URSS di Lev Yashin, l’Ungheria ancora spettacolare, la Spagna campione d’Europa. E poi le rivelazioni come la Corea del Nord, e infine i padroni di casa, che alzarono la coppa. E la alzarono con merito.

Per tutto il movimento inglese non si trattava solo di organizzare un torneo, bisognava confermare al mondo quella supremazia culturale sul football che vacillava sempre più. Negli ultimi anni, i “maestri” avevano inanellato figuracce epiche, nei pochi Mondiali a cui si erano degnati di presentarsi avevano esibito prestazioni imbarazzanti, Wembley, considerato un tempo inespugnabile, era stato teatro di batoste memorabili. Ora bisognava tornare sul trono e ricordare a tutti che il calcio, anzi il football, ha la sua naturale dimora nel Regno Unito. Si inizia con la selezione degli stadi, non è un aspetto secondario, gli stadi inglesi non sono come gli altri, sono un tempio dove si celebra una liturgia. Non hanno l’oltraggio della pista di atletica e non ci sono barriere tra il pubblico e i giocatori, perché le persone in campo e quelle sugli spalti sono parte della stessa cosa, e le emozioni rimbalzano da una componente all’altra senza soluzione di continuità. L’atmosfera di uno stadio inglese, ancora oggi, non è possibile ritrovarla altrove.

Ovviamente a Londra viene scelto Wembley, dove la Nazionale di casa giocherà tutte le partite, poi, per motivi di sicurezza, i due stadi più lontani dalla capitale: Sunderland e Middlesbrough. Poi l’Inghilterra centrale, Sheffield, Birmingham e l’Old Trafford di Manchester, distrutto dai bombardamenti tedeschi e risorto dopo la guerra. Manca Liverpool. Anfield è già una leggenda, ha una curva, “The Kop”, che inventa tifo. Dal punto di vista musicale è inarrivabile. I tifosi usano i grandi successi per sostenere i propri idoli, e cantano “She loves you” dei Beatles o “You’re my world” di Cilla Black. Comincia a sentirsi in quello stadio anche un pezzo tratto da un musical americano e rivisitato da Gerry and The Pacemakers, il titolo è “You’ll never walk alone” e diventerà un marchio di fabbrica. Tutto bello, pensano gli organizzatori, ma la mitica Kop non è stata toccata dalla sua nascita nel 1928 e l’odore delle cipolle e dalla birra è ormai permanente. Meglio Goodison Park, lo stadio dell’Everton, più moderno e sicuro. Stabiliti i terreni di gioco, iniziano le grane. Gli africani giudicano discriminatorio doversi giocare un unico posto ai mondiali con le squadre di Asia e Oceania, e in polemica con la FIFA si ritirano in blocco. Ne giovano Australia e Corea del Nord che si scontrano nello spareggio finale. I britannici sperano nella vittoria dei cugini che però non vedono mai la palla. Corea qualificata. Immediatamente il governo avverte il comitato organizzatore che, non avendo riconosciuto come stato la Corea del Nord, non sarà possibile farli entrare in territorio britannico. Ovviamente dal punto di vista organizzativo è impossibile, bisognerebbe rinunciare al Mondiale. Il Primo Ministro cerca di mediare, facciamoli venire, mandiamoli lontanissimi da Londra e diamo loro il peggior campo di allenamento possibile. Middlesbrough è perfetto. Niente bandiere e niente inno nazionale. Per le bandiere il problema è risolvibile, ma non suonare l’inno di un solo paese è complicato. Il comitato cambia il protocollo, non si suoneranno gli inni nazionali prima delle partite, uniche eccezioni la partita inaugurale dell’Inghilterra e la finale, sperando che la Corea non ci arrivi.

Risolta la grana coreana, a marzo sparisce la coppa. Il trofeo viene rubato, viene fatta una copia identica e poi ritrovato. L’originale viene chiuso in una banca e ritirato fuori solo nella prima parte della premiazione. Le foto di Bobby Charlton a fine partita sono con la copia.

Ma oltre a preparare al meglio il torneo, bisogna preparare una squadra competitiva. Finora gli inglesi sono andati avanti per conto loro, snobbando i tornei internazionali e giocando alla loro maniera, considerandola l’unica autentica. Non si accorgevano che il calcio stava cambiando e che rischiavano di rimanere indietro, fuori dai giochi. Il risultato non era mai stato un fattore determinante, nessuno si era sognato di discutere il tecnico Winterbottom né dopo la clamorosa sconfitta contro gli americani in Brasile nel 1950 né dopo il cappotto per mano degli Ungheresi a Wembley nel 1953. Ora però la situazione è diversa. Non è più possibile vivere di gloria e di ideali, la supremazia britannica deve esplodere dal campo. Primo passo: trovare un allenatore all’altezza, il mitico Walter Winterbottom, che guidava la Nazionale dal dopoguerra, viene pensionato con onore insieme al suo sigaro e al suo WM che ormai tutto il mondo aveva ripudiato. Al suo posto viene chiamato Alf Ramsey, con un passato di ottimo giocatore, pochi anni prima aveva stupito il mondo prendendo l’Ipswich Town in seconda divisione e portandolo al titolo in due anni. Ramsey è un uomo scorbutico, di poche parole, la sua prima conferenza stampa da tecnico della Nazionale dura pochi secondi, il tempo di garantire la vittoria finale e di chiedere di lasciarlo lavorare in pace. La sua adesione al progetto è vincolata a due richieste, un medico della squadra fisso, non occasionale come da tradizione, e la scelta dei giocatori in totale autonomia. Fino ad allora era la federazione a decidere i giocatori che il tecnico avrebbe schierato e allenato. Il resto è sudore e disciplina La critica lo accoglie con scetticismo che diventa ostilità quando decide di iscrivere l’Inghilterra al secondo Campionato d’Europa dove viene strapazzata dalla Francia priva anche del suo miglior giocatore Raymond Kopa. Ma Alf cerca il confronto, vuole capire come diventare grandi, e grazie alle sconfitte capisce che, oltre alla mentalità, bisogna cambiare anche modo di giocare. Allora addio WM, glorioso ma superato. Basta con le ali pure, vanto della tradizione inglese, a vantaggio di un centrocampista in più. Due torri centrali supportate da un centravanti arretrato, tre uomini molto dinamici a centrocampo e una difesa con due esterni che vanno a tutta fascia, uno stopper in marcatura fissa e un libero. Gli uomini vengono scelti in base alla capacità di adattarsi al modulo e alla voglia di soffrire, senza preferenze per nessuno. Servono uomini veri pronti a dare tutto. Alf Ramsey li cerca e li trova. Pesca a piene mani nell’ ”Accademia” del West Ham, dove si gioca il miglior calcio del pianeta e si affida a personaggi a volte non eccezionali tecnicamente, ma pronti a morire per la causa. Fa scelte impopolari che attirano su di lui critiche e cattiveria di ogni tipo, ma Alf ha le spalle larghe, ricorda le bombe che cadevano, le città devastate dalla guerra, dove ha imparato che è sempre possibile risollevarsi, se si rimane uniti con tenacia e voglia di lavorare duro. Così l’Inghilterra aveva vinto una guerra che sembrava persa, così si era risollevata dalle macerie, e così avrebbe vinto la Coppa del Mondo di calcio.

Alf sceglie i suoi legionari: in porta non ci sono dubbi, Gordon Banks è una garanzia. Quattro anni dopo, in Messico, effettuò quella che fu definita “La parata del secolo” su colpo di testa di Pelè. Gli esterni bassi sono Ray Wilson dell’Everton che Garrincha definì il miglior difensore dello scorso mondiale. Dall’altra parte George Cohen del Fulham che toglie il posto a sorpresa all’elegante e amato Jimmy Armfield. Coppia non eccezionale ma di straordinario rendimento. Al centro della difesa Jackie Charlton e come libero, Bobby Moore, il capitano, l’allenatore in campo, l’uomo dell’ “Accademia”, il perno emotivo del West Ham e della sua Nazionale. Davanti alla difesa un giocatore brutto, sgraziato, definito dalla critica addirittura offensivo per lo sport e per il pubblico. Si chiama Norbert Stiles, detto Nobby o “Brutto anatroccolo”, da piccolo è stato investito da un camion e non ci vede bene da un occhio. Inoltre per festeggiare un gol del Manchester United, di cui era tifoso, è caduto e ha perso i denti davanti. Nobby, come molti di quel manipolo, veniva da una famiglia molto povera, e la bocca rimase così. Molti lo vorrebbero fuori dal progetto, anche per il suo carattere spigoloso, ma per il suo tecnico è l’unico intoccabile, alle richieste di un dirigente di mandarlo a casa dopo il duro incontro con la Francia, Ramsey risponde che se ne sarebbe andato lui piuttosto. Stiles giocherà sempre, mostrando in ogni occasione quella tenacia ingestibile che gli aveva permesso di diventare un giocatore di calcio e di giocare la Coppa del Mondo con la sua Nazionale. Ai suoi fianchi, James Alan Ball, tecnicamente non eccelso ma dotato di un dinamismo innaturale, e Martin Peters, altro baluardo degli “Hammers” in lui Ramsey vedeva lo Zagalo del ‘62, e come Mario Zagalo lo fece giocare facendolo risultare il mediano rivelazione del torneo. Davanti le due torri, Roger Hunt, del Liverpool, preferito clamorosamente a Jimmy Greaves, il giocatore più talentuoso del Regno Unito, e Geoff Hurst, ancora del West Ham, giocatore universale in grado di ricoprire con successo ogni ruolo dell’attacco. È un attaccante moderno, tra i primi a capire il contromovimento per attaccare il primo palo. Dietro le punte, sua Maestà. Robert Charlton, detto Bobby. E’ cresciuto in miniera, lavorando e giocando nei grandi spiazzi davanti all’ingresso con i figli dei minatori, anche trenta contro trenta per giocare tutti. Lo volevano tutti, ma lui si era innamorato da ragazzino dello United di Manchester ascoltando una appassionata radiocronaca, e non tradì mai il suo amore. Il grandissimo Matt Busby lo volle a Manchester ancora ragazzino e lo fece crescere come giocatore e come uomo, in vent’anni con la maglia dei “Red Devils” vinse tutto. La sua carriera da protagonista iniziò con una tragedia, il 6 febbraio 1958, l’aereo che riportava a casa lo United da Belgrado, ebbe un problema e fece scalo a Monaco. Tentando per la terza volta di ripartire l’aereo finì fuori pista e si schiantò addosso a un capannone pieno di carburante. L’incendio che ne derivò fu la causa della morte di gran parte dei passeggeri, fra cui otto giocatori. Bobby era a bordo e si salvò miracolosamente insieme al tecnico Busby. L’episodio segnò profondamente la sua vita, il ragazzino terribile, il “Busby Babe” diventò rapidamente un uomo e un giocatore capace di rappresentare un riferimento per tutti i compagni, presente in ogni parte del campo ispirava il gioco e lo concludeva con al stessa facilità. Dopo il Mondiale, il Pallone d’Oro lo consacrò migliore giocatore europeo. E poi lo stesso Jimmy Greaves, Terence Paine, Jan Callaghan, sempre pronti e disponibili al fianco dei compagni.

Una squadra formidabile che dall’aprile del ‘65 al luglio del ‘66 gioca 17 partite e ne vince 12, perdendo un solo incontro. Un mosaico bellissimo, un gruppo di ragazzi che gli inglesi non dimenticheranno più. E non solo perché furono i soli ad alzare la coppa al cielo. Per tutti gli appassionati di calcio inglese e non solo rimarranno sempre gli eroici, i mitici “Boys of ‘66”.

Ma come andò il torneo? Come nacquero le polemiche? Di questo, ognuno ha la sua versione. Anche Snoopy…

 

 

Libro consigliato:

Robert Charlton “1966 My World Cup Story” Vintage Publishing 2017

 

Film consigliato:

Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone USA 1999

 

Canzone consigliata:

The Beatles “Eleanor Rigby” GB 1966

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