La finale della King's League per club disputata a Milano non è stata soltanto l’atto conclusivo di una competizione: è stata una dichiarazione di intenti, un manifesto di come il calcio del futuro possa fondere spettacolo, tattica e identità digitale. Il pubblico del Forum — un’arena trasformata in un laboratorio di emozioni — ha assistito a una partita che ha superato i confini del semplice evento sportivo, diventando un fenomeno culturale. Insieme a chi era seduto fisicamente sulle gradinate dell’impianto di Cologno Monzese, c’erano i milioni di giovani e giovanissimi “streamers” per cui il calcio è ormai diventato un evento da seguire davanti ad uno schermo.
Milano, con la sua estetica metropolitana e la sua tradizione calcistica, ha accolto una finale che sembrava scritta per essere ricordata. Luci, musica, ingressi scenografici, telecamere ovunque: ogni dettaglio calibrato per amplificare la tensione e celebrare i protagonisti. Ma al di là del contorno spettacolare, ciò che ha realmente segnato la serata è stata la qualità del gioco. Ritmi altissimi, scelte tattiche audaci, gestione dei momenti chiave con una maturità che raramente si vede in competizioni di una disciplina così giovane.
E in mezzo a tutto questo, un nome ha brillato:: Mauro Micheli.
Considerato da molti il più bravo allenatore del mondo in questo nuovo ecosistema calcistico, Micheli ha dimostrato ancora una volta perché il suo approccio è studiato, imitato e spesso invidiato. La sua squadra ha giocato con una lucidità che sembrava anticipare ogni mossa dell’avversario, una sinfonia tattica che ha reso evidente quanto il suo lavoro vada oltre la semplice preparazione tecnica. Micheli non allena solo giocatori: costruisce sistemi, mentalità, identità.
La finale di Milano è stata il palcoscenico perfetto per esaltare la sua visione. Una visione che unisce disciplina e creatività, rigore e libertà, programmazione e istinto. Una visione che sta ridefinendo cosa significhi essere un allenatore nel calcio contemporaneo.
Ed è proprio da questa serata, da questi successi e da questa aura di leadership totale, che parte la nostra intervista. Un dialogo con Mauro Micheli per capire cosa c’è dietro il suo metodo, come si costruisce un gruppo vincente e quali orizzonti attende il calcio del futuro secondo il suo sguardo.
Incontro Mauro al mattino presto. Come mi aspettavo, il più milanese degli albanensi, all’alba è già all’opera. Il profumo del primo caffè mi accoglie benevolo, quando, in questa torrida mattinata di un caldissimo agosto romano, l’orologio non segna ancora le otto del mattino. Un abbraccio forte, da vecchi amici che non trovano mai il tempo che vorrebbero per stare insieme e raccontarsi un po’. Si parla di figli, di salute, di lavoro. Mi confida che tra qualche giorno si prende un paio di settimane di vacanze: “… dal 20 di Agosto al 25 di Dicembre lavoro dodici ore al giorno. Adesso mi vorrei rilassare un po’!”
Abbiamo cominciato insieme, agli inizi degli anni ’20. Lui è stato il mio primo fornitore di materiale sportivo, io uno dei suoi primissimi clienti con la squadra dell’Oratorio.
Tutti e due sognavamo di diventare grandi. Lui, per molti versi, sportivamente c’è riuscito.
Gavetta nel calcio a cinque, dove, partendo dalla categoria più bassa, ha scalato tutte le posizioni sino ad arrivare alla Serie A.
Poi, quando tutti si aspettavano la definitiva consacrazione tra i più bravi allenatori d’Italia di futsal, il colpo di scena: incontra Andrea Liguori, patron della lazio calcio a 8 e Fabrizio Loffreda, il “re” degli organizzatori romani e si converte alla nuova disciplina. Calcio a 8, calcio a 7, tutte discipline non calcisticamente al top dell’ortodossia federale, ma che lo fanno divertire e girare il mondo sulla panchina della Nazionale. Arrivano i primi riconoscimenti internazionali. Si comincia a parlare in giro di questo allenatore, classe 1974, aspetto ieratico, barba lunga e cranio calvo, che assomiglia più a un redivivo Rasputin, piuttosto che ai compassati ed esteticamente corretti Lippi o Mancini.
La King’s League si accorge di lui e lo chiama. Tra tanti appassionati, in un mondo di Streamers e di Rapper, gente strana (per il calcio) che parla uno slang incomprensibile per chi è nato dall’altra parte del millennio, serve uno che ne sappia di pallone.
“Il Futsal mi ha rovinato la vita – sorride – se non avessi perso tanto tempo dietro al pallone a rimbalzo controllato, chissà adesso dove sarei arrivato … “Ci gioca su, ma poi si concentra: sta parlando di pallone e il pallone, da queste parti, è una cosa maledettamente seria. “Il futsal mi ha aiutato tantissimo nell’approccio al calcio diverso. Quando sono arrivato, i giocatori importanti, quelli che venivano dal professionismo, per intenderci, mi liquidavano come “quello del calcetto” poi, dopo qualche allenamento, si rendevano conto che stavo proponendo un approccio nuovo, per alcuni versi rivoluzionario. I giocatori non andavano teleguidati dalla panchina, ma coinvolti nel sistema di gioco. Io indico soluzioni, spiego alternative, insegno a leggere situazioni. Se il calcio è strapotere fisico, il futsal è qualità, è velocità di pensiero, è fosforo puro. E in un campo più piccolo – continua Micheli – con cambi situazionali improvvisi, con imprevisti di tutti i generi e in tutti gli istanti, la velocità di pensiero è essenziale e i miei giocatori se ne rendono conto.”
Ma Mauro non è solo filosofia, è anche risultati. Con ‘ALPAK del Presidente Alessandro Pagliari (Frenezy), al mondiale per club ha conquistato la qualificazione grazie all’ottimo campionato, terminato al primo posto a pari merito, con nove vittorie su undici partite, e al successivo trionfo ai Playoff.
“Un mondiale dove già arrivarci è stato un sogno – continua Mauro – Inizialmente si doveva giocare a Rijad in Arabia Saudita, poi le note vicende geopolitiche hanno costretto gli organizzatori a spostarlo a Milano. Come sempre i brasiliani partivano da favoriti, anche perché, nel paese del bel calcio, i verdeoro lo praticano da professionisti. Noi facciamo il torneo della vita. I ragazzi mi seguono, quello che avevamo preparato lo realizziamo in campo. In semifinale ci troviamo davanti la squadra di Neymar, “Le Furie”, ma non ce ne è per nessuno. Ci giochiamo l’ultimo atto contro il G3X di Gaudes e Kelvin, due miti di questo sport. Ci arrendiamo con onore di fronte a questa corazzata, ma arrivare fino in fondo è stato bellissimo!”
Una finestra probabilmente sul futuro del calcio, un mix perfetto tra agonismo, spettacolo, musica e mondo digitale, dove solo gli atleti saranno presenti fisicamente in campo, mentre la platea di milioni di appassionati da centinaia di paesi, assisteranno da remoto. Ma, comunque, alla fine, il buon vecchio calcio avrà sempre bisogno per divertirsi e far divertire di maestri come Mauro Micheli. Il contorno è importantissimo, ma chi resta determinante è sempre quella maledetta sfera che rotola.
E Mauro è uno di quelli che sa insegnare a farlo far bene.
#marco.giustinelli@gmail.com
Aggiungi commento
Commenti