CIAO SANDRO! Ci saluta un altro pezzo della storia del calcio!

Pubblicato il 19 settembre 2026 alle ore 09:41

Ciao Sandro, il ragazzo che correva con un destino sulle spalle

di Marco Giustinelli

Il calcio italiano perde un altro pezzo della propria anima. Se ne va Sandro Mazzola, ma non se ne va davvero. Perché certi campioni restano sospesi nel tempo come le fotografie in bianco e nero, quelle che odorano di domenica, di radiocronache e di padri che spiegavano il calcio ai figli.

Sandro era nato con un cognome pesante come una montagna. Era il figlio di Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino, il più grande squadrone che l'Italia avesse conosciuto prima della tragedia di Superga. Quando il destino strappò Valentino al calcio e alla vita, Sandro era soltanto un bambino. Crebbe dunque con una mancanza enorme e con un'eredità ancora più grande.

Molti sarebbero rimasti schiacciati da quel confronto impossibile. Lui no.

Sandro seppe diventare Sandro.

Lo fece nell'Inter di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, la Grande Inter che conquistò l'Europa e il mondo. Elegante senza essere lezioso, rapido senza essere frenetico, intelligente come pochi. Giocava da mezzapunta, da rifinitore, da incursore. Oggi diremmo "trequartista", ma il termine sarebbe troppo povero per descrivere un calciatore che sapeva cucire il gioco e al tempo stesso entrare in area come un centravanti.

Per gli interisti era semplicemente il simbolo. Per gli avversari, un tormento.

E poi c'era Gianni Rivera.

La rivalità più celebre del calcio italiano. Mazzola e Rivera. Inter contro Milan. Concretezza contro poesia, secondo alcuni. Nord contro Nord, ma con due anime diversissime. In realtà erano entrambi campioni straordinari. Furono giornali, tifosi e polemiche a trasformare quel dualismo in una sorta di guerra civile sportiva.

L'Italia si divideva.Nelle famiglie si discuteva. Nei bar si litigava. Nei campetti si imitava l'uno o l'altro. Si era mazzoliani o riveriani, come si appartenesse a una fede calcistica.

Il momento simbolo di quella rivalità arrivò ai Mondiali del 1970 in Messico.

La celebre staffetta.Il commissario tecnico Valcareggi aveva escogitato una soluzione che ancora oggi fa discutere. Mazzola titolare nel primo tempo, Rivera nel secondo. Un compromesso tra due fuoriclasse che molti consideravano incompatibili e che forse incompatibili non erano affatto.

Nella leggendaria semifinale contro la Germania Ovest, la "Partita del Secolo", Rivera entrò e segnò il gol decisivo del 4-3. Ma nella finale contro il Brasile accadde qualcosa che gli italiani non hanno mai dimenticato: Mazzola giocò quasi tutta la partita e Rivera entrò soltanto negli ultimi minuti quando ormai Pelé e compagni stavano portando via la Coppa del Mondo.

Da allora la parola "staffetta" è diventata parte della storia del nostro calcio.

Io quella finale la ricordo bene.

Avevo otto anni. Ero a Terni, accanto a mio padre, interista sfegatato. Guardavo quel numero 8 azzurro che si chiamava Sandro Mazzola e rappresentava molto più di un calciatore. Per mio padre era un eroe. Per me era uno di quei giganti che i bambini immaginano invincibili.

Perdemmo contro il Brasile più forte di sempre, quello di Pelé, Jairzinho, Tostão e Rivelino. Ma nella memoria di quel bambino è rimasta soprattutto la figura elegante di Mazzola, che correva con la fascia invisibile dei campioni veri.

I grandi sono riconoscibili anche dai particolari.

Chi ha conosciuto Sandro racconta di un uomo cortese, disponibile, mai sopra le righe. Un campione che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Conservò sempre una nobiltà naturale, forse figlia di una storia familiare dolorosa, certamente figlia di un'altra epoca.

L'epoca in cui i campioni uscivano dal campo e tornavano uomini.

Oggi che il cielo del calcio italiano si affolla di vecchie leggende, viene spontaneo immaginarlo lassù. Maglia nerazzurra o maglia azzurra, poco importa. Accanto a Valentino. Finalmente non più figlio chiamato a raccogliere un'eredità impossibile, ma campione compiuto che ha scritto la propria storia.

E mentre il pallone rotola tra le nuvole, gli appassionati della nostra generazione possono soltanto alzare lo sguardo e dire:

Ciao Sandro. Grazie per le emozioni, per la classe e per i ricordi che non passeranno mai.

 

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