Il calcio è felicità. E non potrebbe essere altrimenti. Una macchina complessa, la squadra, che utilizza uno strumento, il pallone, con lo scopo di segnare più punti dell’avversario e conseguire, così, la vittoria. Giocoforza, è proprio il momento in cui la palla supera la linea di porta avversaria, che esplode la gioia dell’autore del goal, dei suoi compagni di squadra, dei calciatori in panchina, degli spettatori sugli spalti, di chi siede davanti ad uno schermo. Il goal che rappresenta l’apoteosi della felicità. E il “bomber”, è il giocatore che nel gruppo è quello che più volte degli altri riesce a far esultare tifosi e compagni di squadra. Andrea Colaceci, cinquanta primavere appena compiute, è tra i calciatori italiani che, a livello regionale e nazionale, ha saputo rappresentare al meglio questo ruolo. Roma e Sampdoria (quella stellare di Mancini e Vialli) i club in cui ha respirato il profumo del professionismo, in cui ha plasmato il suo carattere e il suo approccio rigoroso, la sua cura del fisico, la cultura del lavoro e, soprattutto il suo ottimismo, che ha saputo trasferire dai campi del calcio a quelli del futsal, dove ha rappresentato per decenni un punto di riferimento, passando dal parquet alla panchina, dalle reti “sfondate” all’insegnamento dei fondamentali ai ragazzi che si avvicinano al nostro sport.
Si, perché un “bomber” deve essere ottimista. Ha nel proprio DNA il germe dell’ottimismo. E Andrea incarna in pieno il donatore di ottimismo, sempre propositivo, sempre con il sorriso sulle labbra. In carriera, secondo le mie stime matematiche, ha messo a segno più di 1.000 gol in gare ufficiali, oltre a quelli in amichevoli, in tornei e in ogni altra occasione che ha avuto di calcare un campo di futsal.
Malato di calcio e calcio a cinque. Malato contagioso di quel calcio che è allegria, gioia, ma anche rigore e applicazione. Malattia fortunatamente incurabile, che aiuta a vivere meglio, ad apprezzare le amicizie e a rispettare gli avversari.
Ho avuto la fortuna di incrociarlo nella mia esperienza a Colleferro dove, lui quarantenne, si allenava con più professionalità, impegno e passione di giocatori che, anagraficamente, potevano essere suoi figli. Un esempio non solo per i più giovani, ma anche per noi che abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di condividere con lui un tratto di strada sportiva e abbiamo tanto imparato dalla sua presenza e dai valori che ha saputo trasmettere, almeno a me.
Non vuole essere una sviolinata, anche perché ne’ io, ne’ tantomeno lui, ne abbiamo bisogno, ma è una testimonianza sulle cose belle che lo sport ci regala, come l’amicizia, il rispetto, i valori di condivisione e la felicità che solo una palla che gonfia la rete può regalare.
Grazie di esserci, Bomber! Sono le persone come te che ci regalano quel raggio di sole che porta un po’ di spensieratezza in una vita che lo sport più bello del mondo riesce a colorare delle tinte dell’arcolbaleno.
Auguri Andrea! Mille di questi … goal!
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