È il periodo delle lacrime. Una settimana, trascorsa da pochi giorni, che fa coincidere il ricordo della Passione e morte di Gesù di Nazareth con la disperazione di una nazione di Commissari Tecnici che ha visto i propri beniamini in maglia azzurra naufragare clamorosamente contro una nazione di 3.000.000 di abitanti (come ne conta il solo comune di Roma), dopo una gara in cui i gagliardi bosniaci, (anche quando erano in parità numerica) se la sono giocata alla grande, subendo il gol dello svantaggio solo grazie ad un marchiano errore da parte del proprio portiere. Le parate di Gigio Donnarumma ci avevano lasciato l’illusione che il classico “stellone”, alla fine, ci avrebbe regalato una qualificazione sul fotofinish. Invece, guarda un po’, il risultato finale ha esattamente rispecchiato quanto si era visto in campo. Nello sport dovrebbe essere la regola. Ma in un Paese dove le regole sono per molti solo un fastidio da scansare, c’era chi era già pronto ai caroselli e allo sventolio di bandiere per aver “spezzato le reni alla Bosnia”. Da noi c’era chi, dopo la vittoria contro l’Irlanda del Nord, esultava alla notizia di aver pescato la piccola nazione dall’altra parte dell’Adriatico nella gara di finale playoff. Loro hanno esultato alla fine della gara, felici di aver pescato questa Italietta.
E allora è partita, a spalti ancora gremiti, la sagra dei processi con la consueta ricerca dei colpevoli, individuati generalmente nello staff tecnico e nei vertici della FIGC. Risultato, dimissioni di Gravina, Buffon e del ringhioso Gennaro Gattuso. Risolto tutto? Magari! Placata solo la fame di chi vede nella vendetta la soluzione di ogni problema. Cacciare via, preferibilmente con ignominia e cosparsi di pece e piume, i “colpevoli”, placa le ire dei giustizialisti della pelota, ma lascia inalterato il problema, senza indicare comunque la soluzione.
Fa sorridere l’affermazione dell’ormai ex Presidente Gabriele Gravina, sulla differenza tra il professionismo nel calcio e il dilettantismo negli altri sport praticati nel Belpaese. Qualcuno dovrebbe fargli presente che il calcio è lo sport dilettante per eccellenza in Italia. I numeri ci raccontano che su oltre un milione e centomila giocatori di calcio tesserati nella FIGC, solo 572 giocano nella massima serie e di questi 572, circa un terzo sono italiani (cioè possono essere convocati in azzurro), pari a circa, arrotondando per eccesso, a meno di duecento atleti. E, se vogliamo scomodare in numeri (che sicuramente vanno interpretati, ma che non mentono mai), il Commissario Tecnico della Bosnia, tra i giocatori che compongono le rose delle dieci squadre della massima serie nazionale, aveva a disposizione molti più giocatori di quanti ne avesse Rino Gattuso (in Bosnia circa la metà dei calciatori è nata tra le mura amiche). Se ci sommiamo chi è di passaporto nazionale ma gioca oltreconfine, il paragone è impietoso. Ai nostri Donnarumma, Calafiori e Tonali si contrapponevano giocatori che calcano i campi dell’elite del calcio europeo in Inghilterra e in Germania. Quindi, chi aveva esultato per aver “pescato” la piccola nazione d’oltremare, sicuramente non aveva neanche dato un’occhiata ai numeri che il mondo del calcio ci proponeva.
Pochi giocatori tra cui scegliere e, di conseguenza, basse probabilità di avere una squadra competitiva come in passato. Ma se abbiamo tesserati oltre un milione di persone che giocano a calcio, come è possibile che la punta della piramide sia così poco competitiva a dispetto di una base così ampia?
Il problema è la divergenza di interessi che gravita nel mondo del football tricolore. Per la Federazione è importante avere in campo una selezione di giocatori italiani che aiuti a mantenere la tradizione che ci vede quattro volte Campioni del Mondo e due d’Europa, mentre per le proprietà dei club e i procuratori (parliamo di proprietà perché con l’avvento dei fondi di investimento esteri è sempre più difficile personalizzare le effettive proprietà) è importante vincere subito per valorizzare l’investimento in tempi brevi e non ha alcuna importanza se chi fa goal sia italiano, cinese, nordamericano o australiano.
Ene è la dimostrazione plastica il fatto che non solo le prime squadre, ma anche la totalità delle formazioni “Primavera” sono imbottite di protagonisti provenienti dalle più disparate località del globo. E se andiamo a guardare quanti dei campioncini delle squadre giovanili azzurre che negli ultimi anni hanno dominato la scena europea, giocano in serie A, ci troveremmo davanti ad un desolante deserto dei tartari.
Perché in Italia i campioni nascono, ma non riescono a trovare sbocchi nella massima serie che, è, occorre ribadirlo, il contenitore principale da cui si pesca per formare la squadra azzurra.
E, allora, è necessario stringere un patto tra le componenti del calcio che inneschi un ciclo virtuoso. Società che investono (facendo giocare) i ragazzi nati nel vivaio, squadre primavera che rappresentino realmente il movimento giovanile nazionale e coraggio di far giocare anche chi non ha superato la soglia dei venti anni.
Perché, se nella vita la signora Fornero ci considera ancora giovani a sessant’anni, nello sport già a quindici anni si può cominciare a capire se uno è un giocatore di valore oppure no. Ma per far questo occorre un gentleman agreement, un patto tra gentiluomini, che sappia guardare al mondo calcistico che sarà in campo tra dieci anni e non a quello che verrà oggi pomeriggio.
Ma forse manca il patto … o forse i gentiluomini?
Marco Giustinelli
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