Sono tra quelli che si sono da sempre posti il problema di come riuscire a lasciare ai propri figli un mondo migliore di quello che mi è stato consegnato dalla generazione precedente. Un intento nobile, certamente, ma che è stato messo in crisi da una affermazione di Robert Prevost, al secolo Leone IV che ribalta completamente il concetto.
“Che figli – dice in sostanza il vescovo di Roma – lascerò a questo mondo per renderlo migliore?”. La domanda è ovviamente intelligente (non per nulla ha origine dalle riflessioni di un papa) e ci interroga come genitori, ovviamente, ma anche come allenatori, come insegnanti, come educatori e finanche come gestori della cosa pubblica.
Il compito principale di una generazione è, secondo il mio modestissimo parere, formare la successiva, garantendogli, e possibilmente ampliando, tutti quegli strumenti in grado di essere usati per vivere nel migliore dei modi lo spazio temporale che avranno a disposizione sul pianeta azzurro o, quantomeno nell’avventura della vita. La base di questi strumenti, giocoforza, non può essere basata sull’egoismo o sulla garanzia di beni economici, perché, al di là di ogni moralismo, le rendite di posizione indeboliscono generalmente l’individuo, sopprimendo la tensione verso il raggiungimento dell’obiettivo che si è fissato. Solo chi ha fame si sveglierà al mattino presto, svilupperà le proprie abilità di cacciatore o di raccoglitore. Saprà difendersi dall’attacco dei predatori e troverà il modo di conservare il cibo, di imparare a cuocerlo, di garantire la sopravvivenza a sé stesso e ai propri cuccioli. Vivrà le proprie sconfitte e i propri errori come uno strumento per imparare e le proprie vittorie come un’occasione per far crescere la propria autostima e rinforzarsi come individuo e come comunità. Chi ha già tutto, o molto di più di quello che gli serve, rischia di far vincere la pigrizia, la noia, l’obesità mentale. Chi ha fame diventa più forte, chi è sazio irrimediabilmente è avviato verso la debolezza e verso, paradossalmente, l’estinzione.
E qui entra in gioco a chi la natura, la storia o la società, o tutte e tre insieme, hanno dato il il ruolo di formare, di modellare la generazione che verrà.
Chi, invece, talvolta, ripete come un mantra “ai miei tempi …”, nei fatti riconosce la forza di chi lo ha preceduto, ma, accusando la generazione presente, denuncia la propria inadeguatezza all’educazione, alla trasmissione di quelli che chiamiamo “valori”, ad un vero e proprio allenamento alla vita.
Il problema di molti di quelli chi oggi sono padre e madre è quello di voler riproporre ai figli un modello assimilabile a quello che i propri genitori hanno applicato con successo, senza però riuscirci. Il modello di famiglia è cambiato, il matrimonio non è più quel valore assoluto che era cent’anni fa e, di conseguenza, il concetto di vivere insieme e di crescere i figli “finché morte non ci separi” è riservato, in questa fase storica solo a pochissime persone. L’assistenza che una madre era in grado di assicurare per tutto l’arco della giornata, non era privazione di libertà, ma l’esatto contrario, perché ci si poteva premettere di giocare in strada, di socializzare, di conoscere nuovi amici, di sperimentare i primi amori, sotto l’ombrello protettivo di chi è vero che ci sorvegliava, ma anche garantiva la nostra sicurezza ed era pronta ad intervenire nei casi di emergenza.
Non a caso il termine “figlio di nessuno” abbinava una accezione negativa legata alla non presenza costante di papà e mammà. Oggi questo non è possibile. Si lavora tutti per garantire un benessere più o meno reale, alla prole e a se stessi. Molte famiglie sono monogenitoriali. I nonni, che rappresentavano la continuità dei ricordi e un validissimo sostegno alla genitorialità, sempre più spesso sono parcheggiati in moderne strutture di accoglienza che li accompagnano al grande salto senza dare troppo fastidio.
Questo è il presente, insieme alle straordinarie opportunità che offre un mondo nuovo che ci premette di viaggiare, di connetterci, di pensare a nuove case in nuovi pianeti, di aver la cultura tra le mani su un apparecchio di pochi centimetri quadrati, di non dover preoccuparci se mangeremo o ci riscalderemo. Un mondo straordinario che non è migliore o peggiore du quello che abbiamo trovato. Semplicemente è diverso e va vissuto con serenità, non sentendoci appagati, cercando di proteggere i privilegi acquisiti, ma conservando la stessa fame di Cristoforo Colombo, di Ghandi, di Nelson Mandela, ma anche per chi, come me, ama il calcio, quella di Gianni Rivera, Silvio Piola, Gigi Riva, Vittorio Pozzo. Qualcuno di loro consegnò al mondo nuovi continenti o visioni nuove della convivenza tra popoli e razze, ma anche figli migliori, con la stessa fame e la stessa curiosità dei padri. Qualcun altro ci insegnò che la voglia di migliorare la vita passa anche da un rettangolo verde, dove talvolta i sogni diventano realtà e dove anche i figli dei diseredati possono diventare i migliori e costruire un mondo più giusto e accogliente.
Alla condizione di rimanere affamati. Sempre.
marco.giustinelli@gmail.com
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