IL MENESTRELLO DEL PALLONE - Leonida o Fantozzi. Che calcio vogliamo per i nostri figli?

Pubblicato il 19 giugno 2026 alle ore 12:05

Lo sport, come la vita, dovrebbe avere tra i suoi ingredienti fondamentali l’allegria. Non un’allegria superficiale, ridotta a battuta facile o a stupida ilarità, ma quella gioia profonda che nasce dal sentirsi protagonisti della meravigliosa avventura dell’esistenza. Lo hanno testimoniato campioni di ogni disciplina e lo ha ricordato anche San Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, quando distingueva la vera allegria da quella puramente istintiva e passeggera.

Nel calcio, l’allegria è l’espressione più autentica del “divertirsi giocando”. È lo stimolo che spinge un ragazzo a tentare una giocata imprevista, a immaginare una traiettoria impossibile, a trasformare un gesto tecnico in qualcosa che sembra superare perfino le leggi della fisica. Pensiamo alle punizioni di Siniša Mihajlović, alle magie di Roberto Baggio, alle invenzioni di Pelé, Diego Armando Maradona, Lionel Messi o Cristiano Ronaldo. Nessuno di questi campioni è stato grande perché triste: tutti, in modi diversi, hanno portato in campo fantasia, coraggio, libertà e gioia.

L’allegria appartiene anche al racconto umano del calcio: alle battute argute e romanissime di Giancarlo De Sisti, protagonista del Mondiale messicano del 1970 e della leggendaria “Partita del secolo”; alle barzellette di Francesco Totti; agli scherzi di Paul Gascoigne. Sono frammenti di leggerezza che non diminuiscono la serietà dello sport, ma la rendono più vera, più umana, più vicina alla vita.

L’allegria è una delle prime testimonianze dell’amore per la vita, pur con tutte le sue sfaccettature, anche drammatiche e dolorose. Essere allegri significa riconoscere che stare al mondo non è qualcosa di scontato. Significa custodire gratitudine, stupore e consapevolezza. Come ricordava Antonino Zichichi, la natura e l’universo non sono soltanto caos: possono essere letti come un ordine, come un disegno, come una realtà che invita l’uomo a cercare senso, bellezza e responsabilità.

Nel calcio, noi adulti abbiamo il dovere di trasmettere ai ragazzi e alle ragazze che inseguono un pallone sui campi di tutto il mondo un messaggio semplice e decisivo: il calcio è libertà, fantasia, invenzione, sperimentazione. È competizione, certo, ma prima ancora è gioco. È, in definitiva, allegria. Per questo occorre ridurre, se non eliminare, la tensione che troppo spesso scarichiamo soprattutto sui più giovani.

In un recente torneo giovanile, disputato in una bella località di mare della costa adriatica, le segnalazioni ricevute parlavano di mani addosso agli avversari, insulti, sputi, squadre che abbandonavano la premiazione per non applaudire le società concorrenti. Che tristezza. È l’esatto contrario dell’allegria di giocare a pallone.

Il problema nasce da un mondo adulto che, troppo spesso, trasmette l’idea che ci si diverta soltanto vincendo. Ma uno sport finalizzato alla vittoria a tutti i costi non educa: stressa. La convinzione di avere davanti nemici da abbattere, e non avversari con cui misurarsi, crea una mentalità aggressiva che nelle coscienze in formazione può trasformarsi in violenza, mancanza di rispetto e incapacità di convivere civilmente con ciò che è diverso da sé.

Mi vergogno, da adulto, quando assisto a forme di tifo esasperato, costruite “contro” la squadra avversaria invece che a favore della propria. Il sostegno, l’applauso e l’incoraggiamento fanno crescere l’autostima di un ragazzo: lo fanno sentire apprezzato, fiero, accompagnato. Gli fanno capire che mamma e papà sono lì per seguirlo, incoraggiarlo e, se necessario, consolarlo nella sconfitta. Al contrario, insulti, contestazioni e accuse producono paura, frustrazione e rabbia.

Troppo spesso la responsabilità della sconfitta viene attribuita all’arbitro, trasformato nel capro espiatorio della religione calcistica, oppure a presunti complotti e congiure ordite ai danni del proprio club. Si alimentano così sospetto, vittimismo e rancore, con parole e atteggiamenti che sarebbero fuori luogo perfino nei peggiori bar evocati da una nota pubblicità televisiva.

In questo modo facciamo male proprio a quelli che diciamo di amare. Si perde perché l’avversario è stato più bravo, più fortunato, più concentrato. Si perde perché lo sport è fatto anche di errore, limite e imprevedibilità. Anche l’arbitro può sbagliare; anzi, sbagliando impara, cresce, si impegna a fare meglio la volta successiva. Se invece insegniamo rabbia, violenza, insulto e cultura del sospetto, trasformiamo chi scende in campo sentendosi un piccolo eroe in una vittima di un sistema immaginato come sporco e corrotto.

Così uccidiamo l’allegria nei nostri ragazzi. Li spingiamo a disamorarsi dello sport più bello del mondo e, sempre più spesso, li accompagniamo lontano dal campo, verso il divano e il telefonino. Li portiamo a rifugiarsi in ambienti virtuali, protetti e mediati dalla tecnologia, dove anche i rapporti umani rischiano di perdere corpo, fatica e verità. Li allontaniamo dalla sfida, dal confronto, dalla competizione sana, dalla voglia di migliorarsi, di sudare, di sporcarsi, di sbucciarsi un gomito o un ginocchio.

Senza allegria rischiamo di crescere una generazione di ragazzi disillusi e rinunciatari, più simili a moderni e tristi Fantozzi che a giovani capaci di affrontare la vita con coraggio. Leonida, alle Termopili, fu sconfitto da Serse, ma divenne un simbolo di forza, dignità e resistenza per generazioni intere. Il punto non è vincere sempre: è imparare a stare nella battaglia della vita con passione, lealtà e sorriso.

L’allegria crea futuro; la rabbia e la tristezza spengono la speranza di diventare persone migliori in un mondo migliore. Il calcio, vissuto in modo sano, sicuro e rispettoso, è uno strumento straordinario per essere felici. Non uccidiamo il Leonida che è nei nostri figli, perché altrimenti rischiamo di lasciare spazio soltanto a un triste e disilluso ragionier Ugo Fantozzi.

La scelta è nelle mani di noi adulti: allenatori, dirigenti, genitori, tifosi, educatori, giornalisti. Siamo noi ad accompagnare i giovani calciatori sul campo, dalle tribune e attraverso i media. Siamo noi a decidere se consegnare loro ansia o entusiasmo, pressione o fiducia, sospetto o rispetto.

Pensiamoci. E, soprattutto, restituiamo ai ragazzi l’allegria di giocare.

#marco.giustinelli@gmail.com

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Commenti

Roberto Montenero
14 ore fa

È tutto meravigliosamente e al tempo stesso tristemente giusto

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